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Una laurea per andarsene

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO L’ARTICOLO DI ALESSANDRO ROSINA, DOCENTE DELL’UNIVERSITA’ CATTOLICA DI MILANO ED ESPERTO DI POLITICHE GIOVANILI. IL SUO LIBRO “NON E’ UN PAESE PER GIOVANI” (ediz. Marsilio) RESTA UNO DEI SAGGI-CHIAVE DI DENUNCIA DELL’EMARGINAZIONE SOCIALE DEI GIOVANI IN ITALIA.

A cosa serve la laurea? Serve per trovare lavoro altrove. L’elevato titolo di studio si sta infatti rivelando sempre di più una spinta verso la mobilità. Se da un lato ci sono i fattori di pull, legati al fatto che un capitale umano elevato è anche più spendibile fuori dai confini regionali e nazionali, è altrettanto vero che un contesto economico e sociale non in grado di riconoscere e valorizzare i talenti che produce, fa diventare la laurea un fattore di push. Ovvero respinge chi è troppo qualificato, chi non accetta di essere sottoutilizzato e non si adatta a rivedere al ribasso le proprie aspettative professionali e di vita.

I dati Istat e le elaborazioni Svimez, mostrano chiaramente come dal 1996 al 2006 si siano ridotte le fuoriuscite di persone con al massimo un diploma superiore e invece siano sensibilmente aumentate (più che triplicate) quelle con laurea. Nel decennio 1996-2006 oltre 43 mila laureati hanno trasferito la residenza all’estero, contro circa 38 mila che hanno fatto il percorso inverso. Un bilancio, quindi, sensibilmente negativo. Queste dinamiche valgono ancor di più per il Mezzogiorno: la quota di laureati tra chi lascia tale area del Paese è passata in dieci anni dal 3,7 al 9,7%.

Una parte crescente di uscite, dal Sud verso il Nord e dall’Italia verso l’estero, è quindi costituita da persone altamente qualificate. Eppure la quota di laureati tra i giovani italiani è inferiore alla media dei paesi Ocse. Questo significa che produciamo relativamente pochi laureati rispetto agli altri Paesi, ma relativamente troppi rispetto alle opportunità che essi possono trovare nel nostro Paese. A conferma di tutto ciò c’è anche il fatto che siamo uno degli Stati che meno investono in ricerca e sviluppo (pari a 1,1% sul PIL, contro un valore pari a 1,8% nel Regno Unito, 2,1% in Francia e 2,5% in Germania).

Quello che ne esce è un quadro coerente e molto inquietante. Perché significa che invece di allineare i livelli di crescita e di sviluppo del Paese alla qualità del capitale umano delle nuove generazioni, stiamo abbassando le aspettative e le opportunità dei giovani, per allinearle ad una economia avviata verso il declino. E’ possibile spezzare questo circuito vizioso? Forse sì, ma non con questa classe dirigente.

ALESSANDRO ROSINA

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