Radio24 | Il Sole 24 ORE
Ora in diretta

Condotto da

Lettera di uno Studente di Medicina – from Timisoara

Oggi pubblichiamo sul nostro blog la bella lettera di Antonio Testa. Antonio ha compiuto una scelta decisamente controcorrente. E’ andato a studiare Medicina in Romania, Paese da poco entrato nell’Unione Europea. Con sua immensa sorpresa, ha trovato strutture universitarie e un’apertura mentale superiori all’Italia. Anch’io all’inizio stentavo a crederlo. Ma è proprio così. La lettera di Antonio procura una fitta al cuore… Ma cosa sta succedendo -o è già successo- nel nostro Paese?

“Mi chiamo Antonio Testa, attualmente studente di Medicina e Chirurgia al IV anno presso la facoltà di medicina di Timisoara, città rumena caratterizzata da una spiccata multi etnicità, che conta circa 300 mila abitanti. Il mio corso è in lingua inglese, e sebbene siamo solo in 50, mi ritrovo con colleghi, indiani, tedeschi, greci, canadesi, americani, svedesi e persino un israeliano.

Nel mio passato, c’è un diploma classico, conseguito a 18 anni non ancora compiuti, e circa 3 anni presso la facoltà di biotecnologie della Federico II di Napoli.

Nei primi 4 anni  ho potuto analizzare nel dettaglio le tante differenze che distinguono l’università Italiana da quella rumena, quanto meno riguardo la facoltà di Medicina.

Subito si capisce che si ha a che fare con un tipo di università improntata molto più sul modello americano. Teoria quanto basta e tanta pratica, che non solo motivano gli aspiranti medici a studiare, ma soprattutto li pongono in continuo confronto con problematiche che poi si affronteranno nella pratica di tutti i giorni. La disponibilità dei professori di sicuro non si limita alle sole due ore a settimana (se si è fortunati),  che concedono i loro colleghi italiani, ma quello che più mi ha impressionato è la loro apertura al confronto, riducendo di tanto la distanza “istituzionale” studente / professore… che in Italia si sente molto più, e a volte diventa addirittura un ostacolo.

Il primo anno mi trovo a frequentare organizzatissimi laboratori di chimica e biochimica, stage trisettimanali  in sala operatoria studiando anatomia su cadavere,  un Dipartimento di Fisiologia super attrezzato e tante altre strutture che -a differenza del contesto italiano- sono aperte agli studenti. Anzi, gli stessi sono obbligati a frequentarle: queste strutture permettono di avere un riscontro pratico e concreto di tutto quello che va a studiare sui libri.

Totalmente diversa la mia esperienza a Napoli. Nonostante si trattasse di una Facoltà improntata tutta sulla ricerca, e quindi sul lavoro in laboratorio, l’accesso a questi ci veniva praticamente precluso… e se si era fortunati si riusciva ad accedervi un paio di volte al mese. Senza dubbio un limite enorme, per ragazzi che hanno voglia di fare, ma soprattutto imparare!

Fin dal secondo anno ho avuto la possibilità di frequentare reparti, ed essendo affascinato più dalle branche chirurgiche che da quelle mediche, anche le sale operatorie. Il tutto nel poco tempo libero, tra un corso ed un altro, ovviamente anche nei week-end e non senza difficoltà.

I professori tendono a darti una chance, ma dopo sta a te e solo a te dimostrare il tuo valore… e soprattutto meritare lo spazio che ti viene concesso. Se ovviamente non sei preparato, non ci pensano tanto a cacciarti via. Se vali e dimostri di essere preparato, più di quanto si possano aspettare da un collega dello stesso anno, ti premiano e ti incoraggiano lasciandoti sempre più spazio.

Non avendo frequentato Medicina in Italia non posso ovviamente riportare un’esperienza diretta al riguardo, ma di sicuro posso dire che studenti italiani che si trasferiscono qui per qualche mese -grazie al programma Erasmus -restano favorevolmente impressionati dello spazio che ci viene concesso. Purtroppo il più delle volte in Italia non si riesce nemmeno ad ottenere la possibilità di dimostrare davvero quanto si vale! E questo è davvero un peccato.

Ritengo che l’università italiana sia una delle migliori per quanto riguarda la preparazione teorica. Il problema è che forse i programmi sono troppo vasti, e si perde di vista l’obbiettivo finale. Cioè quello di preparare un giovane ad affrontare il mondo del lavoro.

In Italia, sempre restando nell’ambito di Medicina, una volta terminata la facoltà si sa fare poco o niente, e si prova ad accedere alle scuole di specializzazione con un concorso vecchio, obsoleto e soprattutto poco meritocratico, già ampiamente criticato anche dal professor Macchiarini nel corso di altre puntate della vostra trasmissione. Se si è fortunati e si trova un posto, ci si ritrova ad essere di nuovo studenti (anche se retribuiti), ai quali però si lascia poco, troppo poco spazio. Spazio che è fondamentale per la formazione professionale di un giovane medico. Non sono rare le storie di tanti giovani chirurghi che non hanno praticato affatto negli anni della specializzazione, e che una volta finita questa si trovano a ricominciare di nuovo e a fare esperienze per conto proprio. 

In Germania, Svizzera, Svezia, Inghilterra e altri Paesi europei si entra in specialità con un colloquio di lavoro. In pratica vengono valutate le proprie capacità, il proprio CV e ovviamente le proprie esperienze dal primario del reparto.

Se assunti si viene considerati come medici e, anche se per i primi anni si è sotto il controllo di un tutor, si ha comunque una propria autonomia, possibilità di praticare e di conseguenza formarsi professionalmente. Al punto tale che alla fine della specializzazione si è capaci di praticare l’ars medica in completa autonomia.

Con questi metodi di selezione all’estero gli studenti italiani ovviamente sono svantaggiati. Soprattutto quelli che (purtroppo sono tanti) non hanno la possibilità di fare esperienza e di arricchire il proprio CV con pubblicazioni e lavori di ogni tipo durante gli anni della laurea.

Qui in Romania -ma in genere in tutta Europa- tutte le facoltà invogliano e spingono i propri studenti a produrre lavori e pubblicazioni, mettendo a disposizione strutture e strumentazioni. A patto -ovviamente- che si abbia un progetto sul quale lavorare.

E c’è da riflettere se ogni anno in Romania (così come in Germania, Olanda e Svezia) si organizzano almeno due congressi internazionali riservati solo a studenti di Medicina, che vedono la partecipazione di giovani da tutta Europa. In Italia non se ne organizza nemmeno uno…

Congressi nei quali gli studenti presentano lavori, si confrontano, vengono valutati ed eventualmente premiati -se meritevoli- da professori di caratura internazionale, che vengono invitati a far parte delle commissioni.

So bene che dalla mia analisi ed esperienza l’Italia non ne esce bene. Un Paese che non ha fiducia nei propri giovani, troppo chiuso in sé stesso e per nulla aperto al confronto internazionale. Apertura che è  fondamentale per la competitività di una nazione, nel mondo globalizzato di oggi.

Per quanto mi riguarda non credo di tornare in Italia a breve termine, a dire il vero nemmeno a lungo termine. In tutta Europa le porte sembrano essere aperte… ma in Italia no. Non avendo frequentato Medicina nel nostro Paese, all’atto pratico mi è preclusa ogni possibilità di frequentare scuole di specializzazione in Italia. Ma di questo non mi rammarico affatto, anche perché essendo orientato verso una specialità chirurgica, l’Italia è forse uno dei posti peggiori per formarsi, almeno se non si hanno le conoscenze giuste.

Questa però è un’altra storia, o forse… la stessa storia.

ANTONIO

Partecipa alla discussione

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ultimi commenti

  • daniela recca 22 ottobre 2015 / ore 11:49

    Ciao, vorrei sapere qualcosa in merito all’accesso ed all’organizzazione dei corsi di specializzazione medica in Romania,grazie. Sono d’accordo con te per cio’ che concerne l’Università italiana, dà più spazio alla teoria piuttosto che alla pratica e fai strada solo se ha le giuste conoscenze, essendo, talvolta, una “capra” in materia( scusa il termine). Spero di ricevere una tua risposta.