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Ciao Luana

Oggi vogliamo ricordare Luana Ricca, giovane chirurga la cui storia abbiamo raccontato meno di due anni fa. All’epoca Luana si trovava in Francia, con un fior di curriculum professionale. Fino a pochi giorni fa non conoscevamo il resto della storia. E cioè, che Luana -pochi mesi dopo quell’intervista- riuscì a tornare in Italia, per lavorare prima a Milano, poi in Abruzzo. Proprio nel centro Italia aveva vinto un concorso, presso una Asl. Apparentemente, una storia di rientro che si concludeva bene.

Ma non era così. Lo abbiamo scoperto pochi giorni fa. Il 29 dicembre Luana si è tolta la vita. Come lei stessa aveva denunciato in una conferenza a Londra poche settimane prima della tragedia, e come la sua famiglia ha successivamente ribadito, Luana ha vissuto un rientro professionalmente traumatico in Italia. Nonostante il suo eccellente curriculum professionale, con anni di lavoro all’estero, qui si era trovata nuovamente invischiata in una palude di scarsa meritocrazia e svilimento del merito.

Oggi, ancora di più, vale quel suo “Grido di un cervello in esilio”, lettera che lei ci inviò a fine 2013 da Parigi. La ripubblichiamo in versione integrale, senza toccare una virgola. Perché resti come testamento a un Paese che non l’ha mai meritata. Ciao Luana…

+++Grido di un cervello in esilio+++

Alla redazione di giovani talenti 

Durante quei mitici anni 80 e 90, quando la politica dispensava ancora baby-pensioni e impieghi pubblici a gogò in cambio della fedeltà elettorale ed in nome del favore clientelare che permea la mentalità dell’italiota, io sedevo dietro i banchi di scuola, mi immaginavo un grande avvenire per cui avrei speso tutte le energie in mio possesso e non mi sarei minimamente immaginata di trovarmi in condizioni di scrivere una lettera del genere.

Italiana, classe 1977, “altamente scolarizzata” (come direbbero in Francia dove sono costretta a vivere per fare il mio lavoro), cerco disperatamente di tornare in Italia, ma trovo inesorabilmente ogni porta sbarrata. Eppure il mio profilo professionale mi rende “appetibile” nel resto del mondo.

Ma per capire bene chi sono e dove voglio arrivare bisogna che conosciate il cammino che ho fatto fin qui:

Sono nata a Catania da due genitori impiegati pubblici; trasportata da ambizione e spiccato senso del dovere, mi sono sempre impegnata tantissimo sin dalla scuola elementare: 

– ho avuto 60 alla maturità (quando ancora era in sessantesimi), 

– durante gli anni dell’università ho ottenuto una borsa di studio di merito presso un collegio d’eccellenza romano recentemente e pubblicamente esaltato dal nostro Presidente della Repubblica come fucina della classe dirigente italiana,

– con una media del 29.3 mi sono laureata in Medicina in 5 anni e 1 sessione con 110/110 e lode presso l’università’ di Roma La Sapienza nel 2001 (all’età di 24 anni),

– sono stata ammessa alle scuole di specializzazione in ben 4 atenei,

– mi sono specializzata in chirurgia generale con 70/70 e lode nel 2007 (all’età di 30 anni).

Durante la specializzazione ho fatto degli stages in Inghilterra, Spagna e Francia (che mi hanno tra l’altro permesso di parlare 3 lingue straniere), rendendomi conto del fatto che in Italia non ricevevo un’adeguata formazione chirurgica (frustrazione condivisa da tutti gli specializzandi). E visto che operare un malato non è come cambiare una lampadina, si imponeva l’imperativo morale di cercare una formazione all’altezza delle responsabilità o di cambiare mestiere.

Ho preferito la prima soluzione, naturalmente. Così nel 2005 ho lasciato famiglia, fidanzato e amici e sono andata a perfezionarmi in Francia. Gli sforzi, la passione di tanti anni e la dedizione sono state ricompensate dai francesi che, oltre a formarmi, mi hanno offerto all’indomani della specializzazione un posto da chirurgo lautamente retribuito quanto carico di responsabilità sin dal primo giorno. Tutto ciò mi ha apportato una sostanziosa esperienza operatoria nonostante la giovane età (al prezzo di 80 a 100 ore di lavoro settimanali …perché si sa in ospedale più lavori più impari!).

L’assenza di prospettive professionali immediate in Italia mi ha spinto a prolungare la mia permanenza in Francia malgrado il malcontento del mio compagno, stanco di un rapporto a distanza; convinta come ero che un ulteriore perfezionamento di alto profilo mi avrebbe spianato la strada di ritorno per l’Italia. Studiando e impegnandomi come non avrei mai creduto di poter fare, mi sono specializzata in chirurgia epato-biliare entrando a far parte dell’equipe del primo centro francese nonché di uno dei migliori a livello europeo e mondiale. Oggi, dopo 8 anni di “esilio professionale”, posso eseguire autonomamente grossi interventi su fegato, vie biliari e pancreas, e trapianti di fegato.

Ma si badi bene che il prezzo di tutte queste “lodi” e di questa “eccellenza” sono state la fatica, le rinunce, le notti in bianco e anni di cene a tarda ora di fronte a un muro. Ma ciò che rimpiango di più è di aver imposto il sacrificio di questa solitudine anche al mio compagno, che nonostante tutto mi è rimasto accanto (anche se non fisicamente) durante tutti questi anni e che oggi è mio marito e il padre di mio figlio di appena 3 mesi. Eh sì, per fortuna sono stata così incosciente da non voler rinunciare alla mia realizzazione come donna! E adesso tocca conciliare il chirurgo con la moglie e la mamma.

Allora da più un anno provo a rientrante facendo i pochissimi concorsi pubblici per chirurgo, che forse giustamente sono fatti ad personam per quelli che diversamente da me sono rimasti in Italia, fedeli al loro professore che arriva a “sistemarne” una minima parte, giusto quelli che hanno sopportato più tenacemente facendo le spalle larghe ai vizi del sistema.

Così ho cominciato a cercare una porta d’ingresso secondaria prendendo tempo con un dottorato di ricerca, vinto sì in Italia ma proponendo una ricerca da effettuare a Parigi in co-tutela con l’Università francese. Nel frattempo vado mendicando in Italia per i reparti che dicono di fare la chirurgia in cui mi sono specializzata, e a turno i vari primari mi spezzano le ali che con l’immaginazione mi ero costruita dietro i banchi di scuola, credendo che chi lo merita può, non dico arrivare in alto, ma coronare il sogno inseguito durante 18 anni di duro lavoro. E invece mi sento dire: “…il deficit in sanità… l’esubero di medici e… quelli che sono qui vorrebbero andare lì e tu invece vuoi tornare?… purtroppo non ci sono i soldi per assumere…non riesco a collocare i miei ragazzi figurati se…ma perché la Francia non ti piace?”… Addirittura qualcuno si é spinto a dire: “mettiti in testa che se vuoi vivere sotto lo stesso tetto con tuo marito (e tuo figlio) uno dei due deve rinunciare al lavoro”…

Ma cos’altro posso chiedere a mio marito? posso forse chiedergli anche di annullare la sua identità professionale non spendibile in Francia? o forse devo ancora imporgli la lontananza che lo priverà della gioia delle prime parole o dei primi passi del suo bambino?

No, non posso essere a tal punto egoista! Basta così, forse è venuto il momento di demolire il castello di carta che mi sono via via costruita, illusa dai successi scolastici, universitari e professionali (in Francia). Oggi penso che tutta quella fatica per essere brillante, tutta quella “eccellenza” non mi sia servita a nulla. In Italia il sacrificio e il merito, ahimè, non pagano.

Oppure dovrei incazzarmi e se in Italia non mi vogliono peggio per loro! E dopo che l’Italia ha investito denaro sui miei lunghi studi in medicina e la mia specializzazione in chirurgia, io me ne vado altrove a mettere a frutto la competenza che ho acquisito…e con me altre centinaia di giovani e talentuosi medici chirurghi  incrociati in questi anni d’esilio, costretti come me a scappare dal nostro bel paese. Bello solo se sei un turista.

 LUANA

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Ultimi commenti

  • michele 19 gennaio 2016 / ore 23:29

    Che tristezza ,persone cosi fuggono dal nostro paese,mentre i vari Renzi restano qui a vendere fumo e a devastare questo paese con politiche Take way se solo avessi 20anni e 2 figli in meno scapperei,e del bel paese mi comprerei un poster.

  • Alberto Ottolenghi 18 gennaio 2016 / ore 10:20

    Da ex-professore universitario in chirurgia pediatrica (che -guarda caso- ha un figlio professore di genetica e biochimica proprio a Parigi !), non posso non condividere quanto segnalato nella lunga lettera di Luana.
    La colpa é certamente da attribuire ad un sistema in cui il clientelismo é spinto allo spasimo; anche ma non solo, dalla cattiva abitudine -forse non soltanto italica- di favorire i propri congiunti e di applicare in maniera anomala il concetto del “do ut des” con i colleghi.
    La colpa, dicevo, é anche e soprattutto legata alla scarsità di mezzi messi a disposizione dallo Stato per le strutture pubbliche. Non serve a nulla fingere di favorire il turnover con pensionamenti anticipati se ad essi non seguono nuove assunzioni (come é successo, ad esempio, con il pensionamento del sottoscritto !).
    Nulla di positivo c’é da aspettarsi per il futuro, fin tanto che lo Stato -che ovviamente ha disponibilità limitate- non ridimensioni il proprio aiuto al settore privato (a favore quindi di quello pubblico !).
    E questo vale non solo nel campo della scuola e dell’Università, ma anche in quello della salute pubblica.
    Piango con tutti voi il triste ed ingiusto destino di Luana.

    1. gianpaolo Di Santo 25 gennaio 2016 / ore 20:50

      In esilio in Austria per lo stesso motivo e grazie a questo sistema!
      Grazie Luana