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“Restare in un’Università italiana, con un milione e mezzo di euro in più…”

Inietta una bella dose di speranza, la lettera che ci ha inviato la nostra ascoltatrice Maria Chiara, dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”. Maria Chiara interviene sull’annoso tema dei ricercatori e della mobilità all’estero con i finanziamenti europei… spiegando perché lei ha deciso di portare la sua dote UE… in Italia:

Tornavo dal viaggio ad Istanbul per festeggiare i miei trent’anni -poco più di un anno fa- quando ricevetti la notizia di aver vinto un finanziamento dello European Research Council (ERC), un milione e mezzo di euro per la mia ricerca sui testi latini su papiro. Avrei  voluto urlare, ma ero in aeroporto e non avrebbero capito.

Due anni prima avevo vinto un concorso come ricercatore a tempo determinato in lingua e letteratura latina alla Federico II, dove mi ero formata e che avevo dovuto lasciare subito dopo la laurea: un dottorato in una scuola d’eccellenza italiana, e poi esperienza post-dottorale tra Belgio e Francia, con una breve puntata in qualche liceo partenopeo e una serie di missioni di ricerca e visiting fellowships, da Berlino a New York a Pisa.

Tra Facebook, CervelliInFuga, MeglioGioventù e pensieri che si sono accalcati sulla stampa nei mesi scorsi, da quando la collega Roberta D’Alessandro ha espresso le sue riflessioni al ministro Giannini, aggiungere dell’altro è superfluo, se non altro perché si disperderebbe in un affastellamento di opinioni e si scadrebbe nella ripetizione.

Vorrei soltanto sottolineare una cosa, che a noi vincitori di ERC è fin troppo nota perché la ignoriamo: uno dei principi fondamentali del nostro finanziamento è la portabilità del Grant, ci la possibilità di spostarlo in una Università diversa da quella per cui abbiamo chiesto il finanziamento, previo accordo della nuova Università e dello European Research Council.

È uno spostamento non sempre scontato, né immediato, ma possibile. Riflettere sulle ragioni di chi resta (o chi torna) è necessario, ragionare per paradigmi è banale. Perché c’è ancora chi crede che il cambiamento sia possibile, ed il cambiamento non nasce se non dall’interno di un sistema: è, forse, talora, anche un’operazione di resistenza (intellettuale e, spesso, culturale). Ma io voglio provarci”.

MARIA CHIARA

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