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Talenti: C’è un sacco di lavoro da fare. Vogliamo iniziare subito?

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO LA LETTERA CHE CLAUDIA CUCCHIARATO, GIORNALISTA, SCRITTRICE E BLOGGER (AUTRICE DEL LIBRO “VIVO ALTROVE“), HA SCRITTO PER IL BLOG “GIOVANI TALENTI”.

CON QUESTO “POST” VI AUGURIAMO BUONE VACANZE: CI RITROVIAMO ONLINE A SETTEMBRE!

Ho letto e riletto con interesse nelle ultime settimane la lettera che il Ministro degli Esteri Franco Frattini ha scritto per questo blog. A parte l’iniziale inquietudine che occasionalmente risveglia in me la messa in discussione del fatto che un qualsiasi tipo di talento vi sia in chi decide di abbandonare il nostro Paese, questa lettera mi provoca, giorno dopo giorno, lettura dopo lettura, una sensazione positiva. Tocca con sapienza, anche se con leggerezza, tutti i tasti dell’argomento di cui, da anni, Sergio Nava, io, Irene Tinagli, Alessandro Rosina e molti altri giornalisti, scrittori o storici dell’emigrazione ci occupiamo.

Tasto numero uno: i ricercatori che all’estero trovano condizioni di lavoro e di vita migliori, e quindi non vogliono più tornare, ci preoccupano. È logico. Direi che è pure rassicurante sapere che Frattini ne è cosciente. Ma non dovrebbero preoccuparci anche tutti quei giovani che non sono proprio talenti, e nonostante tutto se ne vanno? No, perché, pare che ci si debba ribellare solo alla fuga dei cervelli, ma non sono tutti “cervelli” in senso stretto quelli che da più di un decennio, in massa, stanno abbandonando l’Italia: c’è di tutto. Sicuramente molti laureati, ma anche diplomati, ex stagisti, gente che non ha mai finito l’Università e che all’estero spesso e volentieri “talento” ci diventa. Potrei partire dal mio caso, che è quello che conosco meglio, per spiegare ciò che intendo dire. Non mi considero un talento, me ne sono andata dall’Italia subito dopo la laurea in Scienze della Comunicazione, più di cinque anni fa. Mi sono trasferita a Barcellona e qui, quasi per magia, mi si sono aperte porte che pensavo essere blindate per definizione. Ho iniziato a lavorare per giornali, case editrici, riviste… Non ero certo una raccomandata, nessuno mi conosceva, eppure in Spagna ho trovato le condizioni che mi hanno permesso di esprimere le mie capacità, ho trovato qualcuno che ha avuto la voglia e il tempo di mettermi alla prova e con le mie gambe, in una lingua che non mi apparteneva, ho iniziato un percorso che mi ha dato molte soddisfazioni. Sono arrivata anche a scrivere un libro e a collaborare con giornali italiani di prestigio. Nel frattempo, ho visto molti connazionali coetanei arrivare e partire. Ho conosciuto centinaia di persone che hanno fatto la mia stessa scelta. Qualcuno ha avuto fortuna o ha saputo spendere bene le proprie carte. Qualcun altro ha gettato la spugna ed è tornato a casa o ha cambiato città, Paese. Mi preoccupa che il nostro Ministro parli di “qualche nostro giovane”. Non si tratta di qualche manciata di “talenti” che l’Italia non sa valorizzare né trattenere, ma si tratta di un vero e proprio esodo di massa. Lo dicono i dati e le statistiche: siamo il Paese che più esporta e meno importa laureati all’interno dell’OCSE. Minimizzare questo fenomeno credo che sia la causa principale della sua grandezza. Non sapere nemmeno esattamente di che cosa stiamo parlando credo sia il peccato originale che rende l’Italia la pecora nera dell’Europa per quanto riguarda l’attenzione nei confronti delle nuove generazioni. E soprattutto, questa negligenza fa sentire chi sta all’estero completamente abbandonato a se stesso e gli fa passare la voglia di tornare. Si potrebbe partire proprio da qui, caro Ministro, dai dati, dai nomi e i cognomi, per iniziare a risolvere quello che agli occhi di tante e tante famiglie italiane è un problema quotidiano, un problema con la P maiuscola.

Tasto numero due: la meritocrazia. Pare conoscere molto bene il nostro Ministro la preoccupazione principale dei giovani italiani. Da noi la meritocrazia è quasi inesistente, ed è per questo che, in qualsiasi Paese ci si trasferisca, si ha sempre la sensazione di avere più possibilità di farcela contando solo sulle proprie capacità, anche mettendosi in discussione, se necessario. Le parole però servono a poco se non vengono accompagnate da un impegno, anche personale, nella lotta per far cambiare lo staus quo. Sono nata sentendomi dire che, date le mie origini familiari umili e sconosciute, sarebbe stato difficilissimo per me affermarmi in un mondo così endogamico come quello del giornalismo. Paradossalmente solo grazie all’espatrio sono riuscita ad aprire una breccia in questo settore fatto di “caste” e “dinastie”. Dall’estero ho ottenuto risultati forse impensabili se in Italia fossi rimasta. Strano e paradossale, ancora non sono riuscita a dare una spiegazione a questo fenomeno. Ma se fin da piccola non mi avessero infuso questo pessimismo, probabilmente all’estero non ci sarei nemmeno andata. Avrei provato a sfondare quella barriera da dentro e magari ci sarei riuscita. Caro Ministro, è proprio lo scoramento, la sensazione di trovarsi in una fila che non si muove mai, immobile per definizione, che spinge tanti giovani italiani a tagliare la corda, tutti i giorni. Perché, dopo il primo passo sulla definizione della grandezza del fenomeno, non iniziamo a fare un po’ di sana autocritica in questo senso? Perché non infondere nei nostri giovani un po’ di quell’ottimismo di cui parla nella sua lettera? Perché non metterli di fronte alla possibilità di scegliere di andarsene?

E arriviamo così al tasto numero tre: espatriare è positivo e “necessario per competere nel mercato globale delle risorse umane”. Sono d’accordo. È positivo, sia per chi espatria sia per i Paesi protagonisti di questo movimento: il Paese abbandonato e quello raggiunto. Ma sono del parere che la spinta di questo movimento debba essere una scelta, non un obbligo. Si deve poter mettere i giovani di fronte alla facoltà di decidere se e come andarsene per acquisire quelle capacità che li renderanno maggiormente competitivi nella società globale, per poi tornare. Ma questo in Italia non succede, anzi, molte delle persone che ho conosciuto e intervistato negli ultimi anni mi hanno detto di essersene andate non per scelta, ma per sfinimento, perché coscienti dell’oggettiva impossibilità di ottenere qualcosa rimanendo.

Quarto e ultimo tasto: l’Italia perde sempre. Perde perché esporta e non importa giovani risorse. Perde perché anche chi all’estero acquisisce competenze utili per la costruzione di una società multiculturale e tollerante, decide poi di non tornare. O, se torna, spesso e volentieri se ne pente. Quelle “situazioni attrattive” di cui parla il Ministro sono ancora un sogno per il nostro Paese. E nel frattempo, mentre si attende che un miracolo faccia cambiare la mentalità di un Paese immobile e gregario, l’emorragia dei giovani (talenti o meno) non si ferma. La trasfusione dall’estero non avviene. E l’Italia si può già considerare attore generoso però passivo nella costruzione dell’Europa Unita: regala molto e non ottiene nulla a cambio.

In sostanza, c’è un sacco di lavoro da fare. Vogliamo iniziare subito?

CLAUDIA CUCCHIARATO