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Giovani Talenti – Lettera da Milano

PROSEGUE LA NOSTRA MARCIA DI AVVICINAMENTO ALLA RIPRESA DI “GIOVANI TALENTI”, NELLA TRADIZIONALE VERSIONE AUTUNNALE (DAL 18 SETTEMBRE). OGGI OSPITIAMO LE RIFLESSIONI DI UN NOSTRO GIOVANE ASCOLTATORE, FRANCESCO. CI SCRIVE DA MILANO:

Accontentarsi, adeguarsi, annullarsi. Essere umili o umiliarsi?

“Sono un ragazzo di 24 anni della periferia di Milano. Ho da poco concluso il percorso di laurea triennale presso una scuola di lingue. Fin dalla conclusione del liceo ho lavorato per pagarmi gli studi, la vita, tutto insomma,  svolgendo  perlopiù lavoretti da studente come barista, tuttofare, venditore raggiungendo anche la posizione di vicedirettore presso un noto cinema del centro di Milano. Nel frattempo studiavo, e mi laureavo con un anno di ritardo rispetto alla durata prevista, convinto di poter uscire e, forte di un’esperienza lavorativa non del tutto insignificante e di una laurea triennale, trovare se non  il lavoro della mia vita almeno una “corsia” che valorizzasse il pacchetto.

Ci tengo a precisare che quando lascia il posto da vicedirettore per concludere la laurea triennale, feci lo stesso ragionamento, pensando che con una posizione simile un lavoro anche semplice sarebbe stato più alla portata di mano. Ebbene passarono 6 mesi, in cui mandai curricula e non ricevetti risposta. Un giorno poi tolsi l’esperienza da vicedirettore e in una settimana frequentavo un corso per futuri addetti alla vendita, un corso degno di giardino d’infanzia, che chiaramente superai. Via l’esperienza, avanti il lavoro!

Così ora, da che son laureato le possibilità sono state nulle, a parte un’azienda svizzera(ma gestita da italiani in poca buona fede) che mi ha assunto a maggio ammaliandomi con bei discorsi e soprattutto valorizzando la laurea e le mie competenze, per poi scoprire dopo un mese che era costume il non pagare né a fine mese né a metà. Non era costume pagare insomma.

I pochi colloqui racimolati in questo periodo si riducono a lavori di vendita di servizi, ossia vendita di castelli di carta che diventano cenere non appena viene effettuato il pagamento. Vendita di contratti telefonici con stipendio in base al venduto senza fisso. Lavori come commesso in negozi di abbigliamento o cameriere presso i più svariati ristoranti.

Intorno a me vedo tuttavia due realtà:

la prima riguarda ragazzi che come me hanno studiato, si sono guadagnati la laurea, alcuni lavorando e altri no, che ora non hanno nulla, se non un titolo che spesso è guardato come un “di troppo” all’interno del profilo. Ragazzi che si arrabattano per cercare di seguire stage, ovviamente non retribuiti oppure retribuiti si, ma con un saggio “rimborso spese” con il quale si stenta a sopravvivere per poi rimanere a casa dopo 6 mesi di speranza. Però la parola d’ordine è sempre “umiltà”, a volte “fatica”, spesso “gavetta”. Inutile fare discorsi riguardo a chi si arricchisce con la nostra gavetta. Triti e ritriti.

Dall’altra parte un orizzonte più inquietante: ragazzi che non hanno proseguito gli studi e che chi per esperienza maturata nel tempo, chi per conveniente raccomandazione, godono di un lavoro fisso e talvolta con prospettive.

 

A questo punto mi chiedo: a cosa serve lo studio? A cosa serve quando basta un po’ di esperienza per ottenere gli stessi risultati? A cosa serve quando basta la “conoscenza” da me intesa maliziosamente per ottenere il posto? A cosa servono estenuanti sessioni di colloqui se poi i profili scelti sono i meno qualificati perché spesso meno scomodi, perché spesso meno istruiti, quindi più malleabili?

Umiltà, fatica e gavetta sono parole che conosco. Con queste parole ho costruito la mia formazione, di cui vado fiero e che non posso paragonare con quella di un venditore di abbigliamento che magari si è fermato alla terza media. È un discorso classista, ma badi bene, non è dedotto bensì indotto. Indotto da chi favorisce un sistema in cui chi meno fa comunque ottiene. È imbarazzante sentirsi dire dalla propria relatrice di tesi che continuare a studiare e riporre fiducia in un master  non servirà al lavoro.

Mi trovo ora a un punto in cui vorrei proseguire i miei studi verso le relazioni internazionali, forse perché credo che il sistema europeo sia più equo. In alternativa mi aspettano centinaia di negozi di abbigliamento dove poter fare carriera, partendo come tutti dal basso, perché qui vige la meritocrazia, e a tutti è data la stessa opportunità, e solo credendoci veramente si può aspirare alla scalata sociale!”

FRANCESCO

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