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“Non posso dire di essere un talento, ma…” – Lettera da Nantes (Francia)

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO LA LETTERA DI LICIA, GIOVANE ESPATRIATA ITALIANA TRA FRANCIA E DANIMARCA. UNA LUCIDA, E SPIETATA, ANALISI DEL PERCHE’ -COME SCRIVE LEI- L’ITALIA NON APPARE UN “PAESE NORMALE”. SOPRATTUTTO PER I GIOVANI DI TALENTO, PIENI DI SPERANZE. DA LEGGERE CON ATTENZIONE.

Non posso dire di essere un talento, ma sono giovane e mi sento in diritto di avere la speranza di diventarlo.

Contrariamente a molti che sono partiti perché delusi o senza scelta, io ho giocato d’anticipo. Tre anni fa infatti, all’ultimo anno di triennale, sono partita un anno in Danimarca con il pregetto Erasmus… e da allora non sono più realmente tornata nel Belpaese.

Non ho collezionato esperienze lavorative negative perché, in Italia, non ho mai lavorato. Tuttavia, anche se non ho vissuto in prima persona il sistema lavorativo italiano, ho visto da vicino un sacco di persone con un bel po’ di co.co.co, co.co.pro e stage gratuiti alle spalle, proprio nel ricco Nord.

Il problema dell’Italia sono la corruzione, le raccomandazioni, il sistema clientelare… ahimé, così storicamente radicati nella nostra cultura. Queste cose si sanno e si vedono. Ma alla radice di tutto questo, sotto, sotto, cosa c’è? Non so bene come definirla, ma mi viene di chiamarla “fascinazione per il potere”.

In Italia ogni singola persona con un minimo di potere, di fronte a uno di un “grado minore” di anzianità o altro, (vedi noi giovani) tende a porsi su un gradino più in alto. Non importa quanto sia poi in realtà l’ultimo pezzente, in ufficio, o in azienda, fosse quello che mette la carta igienica nei bagni, state certi che è pronto a dimostrare che senza carta igienica non si va avanti. Questo fa sì che si sia sempre nella situazione di dover chiedere, anche se siamo noi ad offrire qualcosa. Con gli stage per esempio, tu lavori gratuitamente, o quasi, e le aziende ti fanno credere che siano loro a darti un’opportunità. Non importa se alla fine quello che impari è solo ritirare la posta e fare dei deliziosi caffé in capsula. Il problema vero è che poi finisci per sentirti riconoscente per davvero. Almeno finché non passi la frontiera, ti guardi intorno, e capisci che il tuo Paese non è normale. Così, mentre in altri Paesi sono le aziende ad essere interessate a te, perchè ti vedono come una potenziale risorsa, in Italia sei sempre tu a chiedere.

E’ tutto al contrario! Senza contare il fatto che, in Italia, non hanno ancora capito (o non vogliono capire?) che una persona contenta e soddisfatta lavora meglio, e che le famose “risorse umane” dovrebbero servire a garantire un ambiente di lavoro sereno e condizioni di lavoro agiate, mentre da noi distribuiscono solo i buoni pasto. Questo in Italia è normale.

 Anche l’educazione italiana rispecchia il nostro sistema in cortocircuito. Avendo esperienza sia dell’università italiana sia di quella danese, mi sento di affermare che la nostra preparazione teorica è molto più consistente. Tuttavia, se dovessi pensare al concetto che sta alla base della nostra educazione, tralasciando le poche eccezioni, è che gli studi sono un obbligo cui adempiamo controvoglia. I professori sono “autorità”, più che guide. In breve, se lo scopo è imparare, in Italia i professori sono la controparte (non mi riferisco a persone specifiche, ma proprio al pensiero che ogni studente ha), mentre in Danimarca, per esempio, studente e professore sono dalla stessa parte della barricata.

Ma finché stavo in Italia mi sembrava normale così, e quella mi sembrava l’unica educazione possibile.

 All’estero sembra davvero tutto più facile. Io ho preferito tentare di diventare giornalista all’estero, da straniera, con una lingua non mia, piuttosto che tentare di diventarlo in Italia. Magari sbaglio, ma malgrado la lingua, mi sembra comunque meno impossibile che a casa mia. Al momento sono in stage a Nantes, come giornalista radiofonica. Dopo la prima settimana mandano già in onda i nostri lavori, facciamo interviste e ci vengono affidati totalmente alcuni programmi (per tornare agli stage non pagarti, in Francia esiste una legge che impone il pagamento di un terzo dello SMIC (salario minimo), quindi al momento 417 euro al mese, più rimborso della carta per i trasporti.)

 Ormai è qualche anno che vivo in Europa, un po’ in Francia e un po’ di Danimarca con qualche tappa londinese. Ho fatto sia esperienze di studio sia lavorative. Se tutto va bene, tra un anno prenderò una laurea specialistica danese e -sinceramente- di tornare in Italia per un lavoro malpagato non mi va. Sono giovane ed ho il diritto di continuare a sperare di essere (concedetemi un romantico…) felice. Se mi immagino in Italia, mi vedo “galerer” (fantastico verbo francese traducibile con un nostrano “farsi il mazzo”) in una città nevrotica, in cui perdo ore solo per recarmi al lavoro.  Il progetto dunque è di restare in Danimarca, e, grande città o no, inforcare la mia bicicletta per andare al lavoro, sfrecciando su una lunga e sicura pista ciclabile, fermarmi alla luce rossa e ripartire solo quando scatta il verde. I danesi non sono facili da avvicinare e hanno abitudini da vichinghi. Non vestono Armani, mangiano patate e bacon e la loro cultura alcoolica ancora non riesco a farmela piacere. Ma è tutto parte del loro modo di essere, di quella loro cultura che mi fa dire che là il mio lavoro sarebbe riconosciuto e apprezzato, e soprattutto, che non dovrei vendere la mia dignità per ottenerne uno.

LICIA CAGLIONI

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