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Nessuna “Uscita di Emergenza” per i Laureati in Legge?

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO UNA LETTERA FIRMATA, CHE METTE IN RILIEVO LA DIFFICOLTA’ DI ESPATRIO PER I GIOVANI LAUREATI IN LEGGE… I NEO-AVVOCATI SONO STRETTI TRA L’INCUDINE DI UN’ITALIA A “CASTE” E IL MARTELLO DI UN ESTERO CHE NON OFFRE SUFFICIENTI POSSIBILITA’? LA DISCUSSIONE E’ APERTA.

Vorrei sottoporre alla vostra attenzione quello che ritengo un aspetto problematico implicato nella questione della forzata migrazione dei giovani alla ricerca dell’impiego irreperibile in Italia: l’esistenza di fasce di laureati in possesso di un titolo non spendibile all’estero, perchè non richiesto nel mercato del lavoro internazionale. Ascoltando il Vostro programma, infatti, ho notato che coloro i quali riescono a trovare una sistemazione fuori dall’Italia sono quasi sempre laureati in materie scientifiche, o, in casi marginali, in materie storico/letterarie. Nessuna speranza, invece, appare esistere per una vastissima area di giovani italiani: i laureati in legge. Nella Penisola, il loro ruolo è ben noto (anche se volutamente ignorato da mass media e politica): condannati a languire in grandi o piccoli studi legali italiani, senza retribuzione né garanzie oppure a gestire in proprio mini-uffici costosissimi e affatto remunerativi, causa saturazione del mercato. In entrambi i casi, l’autosufficienza economica difficilmente si raggiunge. Del resto, una collocazione nell’ufficio legale interno di una qualsiasi azienda italiana è poco più che un’utopia, per un giovane laureato o anche abilitato alla professione forense, in tempi in cui la stessa manodopera viene licenziata. Ed oltreconfine? Basta leggere gli annunci stranieri di ricerca di posizioni in ambito legale: in genere, sono richiesti quasi sempre avvocati d’affari, tipologia professionale oggettivamente di nicchia, i cui rappresentanti – mi risulta- in Italia godono di uno status economico (e non solo) alquanto privilegiato, tanto che appare inverosimile prospettare in questo ambito una fuga di talenti, quanto, al limite, qualche singolo episodio di espatrio dettato da esigenze di convenienza, non di sopravvivenza .

Ma oltre ad un carente offerta di impiego, andrebbe rilevata altresì una diversità ontologica nelle figure stesse dei giusperiti italiani rispetto a quelli formati nella mentalità straniera e segnatamente anglosassone: come integrarsi, dopo anni di studi speculativi e teorici (e mi riferisco anche al tipo di preparazione richiesta dall’esame di avvocato), in una prospettiva fortemente e tradizionalmente pragmatica? Che sia questo gap culturale a giustificare il disinteresse verso i giovani giuristi ed avvocati italiani e a decretarne quindi l’ impossibilità di un fuga salvifica, al contrario di quanto avviene per i laureati in materie scientifiche, muniti per definizione di una forma mentis pratica?

LETTERA FIRMATA

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