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Proposte per il Rientro dei Talenti

Riceviamo e pubblichiamo la lettera di Matteo, che ribalta la questione cruciale posta dalla nostra trasmissione. Lasciate andare i nostri “giovani talenti”, suggerisce Matteo: ma facciamo in modo che vengano poste le basi per un loro ritorno. Matteo propone alcune soluzioni.

Ho 35 anni – quindi mi ritengo ancora un giovane – certamente con qualche talento. Marchigiano di origine, laureato in fisica a 24 anni, la scelta (sbagliata? dipende!) di non lasciare l’Italia, poi il servizio militare, un amore, un bambino, un dottorato in ingegneria del materiali, un posto da “ricercatore” a tempo indeterminato in università (nel mezzo varie esperienze internazionali), la scelta della libera professione (a tempo parziale)…

… una vita familiare felice, molte soddisfazioni professionali, economicamente gratificato …
infine il confronto con i migliori amici di Pavia che hanno lasciato l’Italia: Mario, all’ETH di Zurigo come senior scientist; Cesare, fisico, prima a San Diego, ora a Singapore; Andrea, ha lasciato l’Italia per un dottorato negli USA, ora è imprenditore a San Diego; Lorenzo, post-doc al MIT di Boston, rientrato in Italia, professore a Pavia (l’unico che ce l’ha fatta); Alessandro, dottorato in Olanda, post-doc in Germania, rientrato, ora insegna in una scuola!!! … e potrei andare avanti ancora.

Tutti sono riusciti a costruirsi una famiglia (con coraggio e molti sacrifici). Tutti vorrebbero tornare (forse, un giorno, però …). Nessuno di loro ha avuto/ha l’occasione per farlo.

 Vengo al dunque: la vostra trasmissione pone due domande estremamente intelligenti.
-Perché se ne vanno?
A questo proposito vorrei criticare l’accezione (velatamente) negativa con cui la domanda viene posta, o almeno questa è la mia percezione di ascoltatore. Fare un’esperienza all’estero è fondamentale, direi obbligatorio. Forse bisognerebbe chiedersi perché (al contrario) molti giovani decidono di restare, perdendo l’opportunità di arricchire il proprio bagaglio di esperienze professionali e di vita.

Il problema enorme non è la “fuga dei giovani talenti” quanto piuttosto il mancato ritorno, e infatti la seconda domanda:
-Cosa dovrebbe cambiare in Italia, affinché restino… o tornino?
“Affiché restino”, direi che sarebbe meglio non cambiare nulla. Ribadisco il mio precedente punto di vista: è bene che un giovane, sopratutto se ha talento, faccia esperienze internazionali.
Piuttosto le cose dovrebbero cambiare per facilitare (io userei il termine “stimolare”) il rientro dei talenti, in modo che le esperienze acquisite all’estero da queste persone possano essere sfruttate a beneficio della nostra ricerca, tecnologia, produzione industriale, arte, scienze umane, ecc.. India e Cina stanno facendo questo con i loro giovani sparsi nel mondo (specie negli USA).

Il cambiamento deve nascere dal basso.. e deve essere sentito come un’esigenza per la sopravvivenza del nostro Paese.
Nella mia visione le condizioni da realizzare sono:
1) gli italiani dovrebbero capire che è necessario un cambiamento di mentalità
(chi è stato nei paesi anglosassoni/nord europei conosce bene le differenze con la mentalità “latina”… non mi dilungo oltre).
2) è necessario un cambiamento di paradigma nella selezione del personale, sia nel pubblico che nel privato
3) intervenire a livello politico/fiscale per agevolare il rientro (in mancanza delle condizioni 1 e 2 è inutile, chi rientra percepisce i contrasti, e spesso decide di ripartire)
4) concedere posizioni di responsabilità e autonomia alle persone di talento (non devono subire schemi “antichi”, dettati dalla gerontocrazia)

Il tempo farà il resto! 

Ho 35 anni – quindi mi ritengo ancora un giovane – certamente con qualche talento. Marchigiano di origine, laureato in fisica a 24 anni, la scelta (sbagliata? dipende!) di non lasciare l’Italia, poi il servizio militare, un amore, un bambino, un dottorato in ingegneria del materiali, un posto da “ricercatore” a tempo indeterminato in università (nel mezzo varie esperienze internazionali), la scelta della libera professione (a tempo parziale)…

… una vita familiare felice, molte soddisfazioni professionali, economicamente gratificato …
infine il confronto con i migliori amici di Pavia che hanno lasciato l’Italia: Mario, all’ETH di Zurigo come senior scientist; Cesare, fisico, prima a San Diego, ora a Singapore; Andrea, ha lasciato l’Italia per un dottorato negli USA, ora è imprenditore a San Diego; Lorenzo, post-doc al MIT di Boston, rientrato in Italia, professore a Pavia (l’unico che ce l’ha fatta); Alessandro, dottorato in Olanda, post-doc in Germania, rientrato, ora insegna in una scuola!!! … e potrei andare avanti ancora.

Tutti sono riusciti a costruirsi una famiglia (con coraggio e molti sacrifici). Tutti vorrebbero tornare (forse, un giorno, però …). Nessuno di loro ha avuto/ha l’occasione per farlo.

 Vengo al dunque: la vostra trasmissione pone due domande estremamente intelligenti.
-Perché se ne vanno?
A questo proposito vorrei criticare l’accezione (velatamente) negativa con cui la domanda viene posta, o almeno questa è la mia percezione di ascoltatore. Fare un’esperienza all’estero è fondamentale, direi obbligatorio. Forse bisognerebbe chiedersi perché (al contrario) molti giovani decidono di restare, perdendo l’opportunità di arricchire il proprio bagaglio di esperienze professionali e di vita.

Il problema enorme non è la “fuga dei giovani talenti” quanto piuttosto il mancato ritorno, e infatti la seconda domanda:
-Cosa dovrebbe cambiare in Italia, affinché restino… o tornino?
“Affiché restino”, direi che sarebbe meglio non cambiare nulla. Ribadisco il mio precedente punto di vista: è bene che un giovane, sopratutto se ha talento, faccia esperienze internazionali.
Piuttosto le cose dovrebbero cambiare per facilitare (io userei il termine “stimolare”) il rientro dei talenti, in modo che le esperienze acquisite all’estero da queste persone possano essere sfruttate a beneficio della nostra ricerca, tecnologia, produzione industriale, arte, scienze umane, ecc.. India e Cina stanno facendo questo con i loro giovani sparsi nel mondo (specie negli USA).

Il cambiamento deve nascere dal basso.. e deve essere sentito come un’esigenza per la sopravvivenza del nostro Paese.
Nella mia visione le condizioni da realizzare sono:
1) gli italiani dovrebbero capire che è necessario un cambiamento di mentalità
(chi è stato nei paesi anglosassoni/nord europei conosce bene le differenze con la mentalità “latina”… non mi dilungo oltre).
2) è necessario un cambiamento di paradigma nella selezione del personale, sia nel pubblico che nel privato
3) intervenire a livello politico/fiscale per agevolare il rientro (in mancanza delle condizioni 1 e 2 è inutile, chi rientra percepisce i contrasti, e spesso decide di ripartire)
4) concedere posizioni di responsabilità e autonomia alle persone di talento (non devono subire schemi “antichi”, dettati dalla gerontocrazia)

Il tempo farà il resto!

MATTEO

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