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NO COMMENT

No Comment. Di fronte alla lettera di Roberto alzo le braccia. Vorrei chiedergli scusa a nome del Paese intero. Leggetela e capirete perché. Poi, per favore, diffondetela. Grazie.

Mi chiamo Roberto Reale, mi sono laureato con il massimo dei voti presso l’Università La Sapienza, in Ingegneria Ambientale, e in soli 5 anni. Durante la laurea ho trascorso un anno in Spagna attraverso il progetto Erasmus, e ho vinto una borsa di studio per un Master of Science in Civil Engineering presso la Columbia University, grazie al centro H2Cu (Honors center of Italian Universities). Ho completato con successo il Master, al quale sono seguite varie pubblicazioni nel campo dell’ingegneria civile.

Alla fine dei miei studi ho ricevuto varie offerte dagli studi di New York, e ho cominciato a lavorare presso Mueser Rutledge Consulting Engineers, leader nella progettazione di opere in sotterraneo nell’area di New York. Ho lavorato per più di due anni a New York, avendo responsabilità crescenti in progetti quali la ricostruzione del World Trade Center o il nuovo campus di Columbia University, progettato da Renzo Piano. Dopo più di due anni a New York ho deciso di accettare un offerta da parte delle Nazioni Unite per un progetto che riguardava la costruzione di piu di 500 micro dighe sulle Ande, per la mitigazione degli effetti del cambiamento climatico che stanno sciogliendo i ghiacciai tropicali presenti nella zona. Mi sono quindi trasferito a Lima, in Perù, mettendo a frutto tutto quello che avevo imparato per gestire progetti solo all’apparenza semplici.

In questi anni, rappresentati da ottimi successi professionali, ho sempre avuto un sogno, semplice: ritornare in Italia. Leggevo di situazioni assurde e difficoltà di trovare lavoro, ma non le avevo mai sperimentate su me stesso. Non avevo mai avuto la “fortuna” di provare a cercare lavoro in Italia.

Il mio forte desiderio di tornare, unito ad alcune contingenze personali mi ha spinto a cercare di percorrere questa strada. Sapevo che sarebbe stato difficile, ma volevo provarci, alla soglia dei trent’anni, per evitare di trovarmi alla fine delle mia carriera, magari brillante, senza aver realizzato uno dei sogni – secondo me tutt’altro che irrealizzabile.

Leggevo sull’articolo di “Time” che si è condannati ad essere “homesick for the rest of your life”. Ho incontrato molte persone affermate che vivevano a New York da molti anni… i quali, appena parlavano dell’ Italia, avevano improvvisamente gli occhi lucidi, con il rimpianto di averla abbandonata, e di non poter fare ritorno a quella che era la loro terra natia. In quei momenti ho sempre pensato che non avrei voluto trovarmi nella stessa situazione. Sono partito dall’Italia, perché ero curioso di conoscere il mondo e voglioso di imparare cose per migliorare il mio Paese. Non volevo che questo fosse una condanna.

Ho capito che leggere tutte le mattine i giornali italiani e cercare in tutti i modi di fare lezioni ai baristi di ogni dove, per farsi preparare un caffè vagamente accettabile, era un chiaro sintomo di voglia di tornare a casa. Che -dopo quasi cinque anni in giro per il mondo- andava assecondata. “Bello di fama e di sventura” decisi quindi di tornare nella mia terra natia pieno di speranza, avendo capito che questo era il luogo dove volevo che nascessero i miei figli.  In Italia e negli italiani, dal mio punto di vista, probabilmente di parte, coesistono egregiamente l’aspetto deterministico anglosassone e quello passionale latino, portati all’estremo nei Paesi in cui ho vissuto.

Ero pronto a rimettermi in gioco e anche a ricominciare da capo, se fosse stato necessario, sebbene non esattamente consapevole di quello che poteva aspettarmi.

Dopo l’ inizio difficile, in cui non ho ricevuto alcuna risposta, ho deciso di accettare una borsa di studio per un master in gestione dell’energia e dell’ambiente – tema che mi ha sempre interessato. Sebbene non pensavo di aver bisogno di ulteriore formazione per riempire il mio curriculum sono dell’idea che imparare sia sempre positivo. E avrei inoltre avuto il tempo per cercare con calma l’opzione migliore.

Dal primo giorno in cui sono atterrato fino ad oggi non ho smesso un secondo di inviare “curricula”, solo ed esclusivamente a società italiane, rifiutando nel frattempo un paio di offerte per l’estero. Convinto che con pazienza e spirito di adattamento avrei con calma trovato la mia strada.

Sono tornato a gennaio… e sono ancora in cerca di lavoro. Durante i colloqui ho ricevuto  commenti ai limiti del paradosso. Mi “piace” ricordarne uno, per me emblematico, in cui ho avuto la seguente conversazione:

Interviewer: “Quindi lei ha avuto tutte queste esperienze all’estero, ma non ha MAI lavorato in Italia?” 

Io: “Ho lavorato quasi sei mesi nello studio del mio professore, oltre che aver fatto un tirocinio durante la laurea”.

Interviewer:”Quindi… è un Neolaureato?”

Io: “Beh…NO!! Ho più di quattro anni di esperienza lavorativa per uno degli studi più importanti di New York e per le Nazioni Unite!”

Interviewer: “Si ma lei ha meno di trenta anni, quindi devo inserirla nella categoria di Neolaureati!!!!!”

Attonito, alla fine di questo colloquio, ho deciso di non perdermi d’animo e di continuare con calma. Placando la mia ambizione ormai sedata, ho continuato a fare colloqui, ricevendo risposte tra le più’ svariate: dal “ci dispiace me lei  è troppo qualificato”, a “preferiamo prendere un neolaureato”, all’ ancora peggiore: nessuna risposta…la piu frequente.

Sono tornato pieno di speranza di poter utilizzare le conoscenze apprese all’estero nel mio paese di origine, convinto di poter cambiare nel mio piccolo le cose. Convinto che avrei potuto utilizzare le mie conoscenze per migliorare il mio Paese. Sprizzavo energia e speranza, pensando di essere contagioso con le persone che mi stavano accanto. Giorno dopo giorno la fiaccola si è spenta.

Ho terminato il master, e adesso mi trovo a scegliere tra offerte tutt’altro che interessanti, che immagino accetterò, fino a quando deciderò di partire di nuovo.

Una nuova partenza sarebbe per me una grandissima sconfitta adesso: sono partito a 23 anni, convinto che diventare il meglio che possiamo fosse il nostro dovere. Utilizzarci… un dovere della società. Cosa vera dovunque, tranne che nel mio Paese di origine, dove aver fatto esperienze ed essere in grado di pensare non è sicuramente un vantaggio.

Andarmene sarebbe una grandissima sconfitta per me e per il mio Paese, che ha investito per la mia formazione moltissimo durante i migliori anni della mia vita. Per quale motivo dovrei utilizzare le conoscenze fornitemi dal mio Paese in un altro? La cosa che mi ha colpito di più, al di la della situazione politica o aziendale, è stato l’atteggiamento delle persone che avevo intorno. I quali, di fronte alla mia indignazione, rispondevano perentori allargando le braccia “beh… ma sei in Italia”. Come se questa fosse una scusante e alibi per giustificare il fatto che le cose non funzionano. Erano le risposte datemi da coloro che sono rimasti, che hanno perso i sogni senza rendersene conto, e che si occupano solo del proprio giardino – non preoccupandosi che le cose vadano come non dovrebbero.

Se queste persone sui trent’anni accettano di buon grado la situazione senza interrogarsi del perché le persone se ne vanno… nulla potrà mai cambiare. Se i trentenni di oggi non sono capaci di ribellarsi, chi lo farà per loro?

ROBERTO

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