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Pellicole di “Nuova Emigrazione”…

Lettera d’autore, quella del nostro ascoltatore Ettore, documentarista che ha dedicato diversi mesi della sua vita a raccogliere le storie dei nuovi emigranti. Questa la testimonianza che ha voluto regalare ai lettori del blog di “Giovani Talenti”:

“Quattro anni fa ho iniziato a girare un documentario, “Un giorno in Europa” – Nuove forme di emigrazione”, che ho finito di montare nel 2008. Non avendo trovato un produttore, ho infatti autofinanziato il progetto con il mio tempo, quello di una cara amica e con i nostri “conti in rosso”.

Mentre passavamo le notti a lavorare al montaggio, pensavo che fosse tutto tempo buttato via, perchè di lì a quando avremmo finito, il contenuto di quel film sarebbe stato vecchio, superato, anacronistico.

E invece, ahinoi, povero (ex) Belpaese, è ancora tutto attuale, attualissimo… tanto che sto finendo i sottotitoli in inglese per la presentazione “europea” a Berlino.

Ho deciso di girare questo documentario quando quattro fra i miei più cari amici, nel giro di pochi anni, hanno deciso di lasciare Prato – ognuno per una diversa capitale Europea: Praga, Berlino, Amsterdam e Santiago de Compostela.

La loro è stata un’ emigrazione lenta, graduale, ponderata. Simile a quella che dal 1982 al 2002 hanno fatto i miei genitori, con il piccolo Ettorino al seguito: la mia famiglia è siciliana, di Palermo per la precisione, e mio padre ha lavorato all’ANIC di Gela dal ’63, una raffineria di petrolio del gruppo ENI.

Poi un giorno, ottobre ’82, è partito per l’Algeria con la famiglia. Dal quel giorno hanno fatto ritorno in Sicilia dopo vent’ anni, passando per Roma (5 anni) e Prato (15 anni).

Ed è a Prato che ho iniziato a rendermi conto, scherzandoci sopra con gli amici, che quelli come me sono “figli d’emigrante”!

Nel caso dei miei genitori, siciliani che si spostano per lavoro dal sud al centro-nord è stato facile, quasi naturale, identificare questi spostamenti come “emigrazioni”, perchè riconducibili ai “vecchi” canoni dell’ emigrazione.

Troisi in un film diceva che un napoletano non può viaggiare: appena esce da Napoli un napoletano diventa un “emigrante”!

Ma quando quattro giovani, 3 ragazzi e una ragazza tra i 25 e i 30 anni, hanno deciso nel 2006 di “cercare altrove miglior fortuna”, lasciando una cittadina ricca e laboriosa come Prato, allora la cosa si è fatta più difficile, c’è voluto “un altro occhio”, lo sguardo di qualcuno che aveva già vissuto un’ esperienza simile, per riconoscere in quei trasferimenti (per amore o per lavoro – o tutti e due) delle vere e proprie emigrazioni.

E’ così che ho iniziato a girare “Un giorno in Europa” ed è così che ho scoperto quanti “nuovi emigranti” lasciano i propri Paesi d’origine, oggi come 50 anni fa, seguendo però degli iter che non sono più quelli di una volta, perchè nel frattempo l’ Europa, l’ euro, i “low cost”, hanno aperto nuove possibilità e dato vita a queste nuove forme di emigrazione.

I nuovi emigranti iniziano a raccontare la nuova realtà in cui vivono, e a confrontarla con quella da cui provengono. Vivono per un periodo a Prato e per un periodo all’estero, fanno i loro conti e lasciano il loro Paese d’origine “per cercare altrove miglior fortuna”.

Ed io lì ad ascoltare le loro storie, a tagliarle e cucirle per metterle insieme e poterle raccontare agli altri, per cercare di dare voce a loro e a quelli che, come loro, stanno dando vita ad un fenomeno che è grande. E che sta accadendo adesso, oggi, in questi anni.

Da qui il passo è stato breve: il mio lavoro di tecnico teatrale non mi dava più le certezze economiche e le soddisfazioni che mi aveva dato negli ultimi 10 anni, i compromessi si facevano sempre più svantaggiosi per me, a favore delle produzioni teatrali che lamentavano la mancanza di fondi e di sbocchi. Il sapore del caffè al bar era sempre più amaro, corretto da quella lamentela cronica che accomuna gli italiani da Trieste a Palermo e…

E allora mi ricordo che Berlino è una metropoli a misura d’ uomo, dove una  sopravvivenza dignitosa costa “il giusto”, e te la guadagni lavorando 2 o 3 giorni a settimana, mentre cerchi di riorganizzare le idee, di imparare la lingua, di trovare la maniera di ricominciare, di continuare a fare la tua professione qui come lì, o di ripartire da capo, magari inseguendo uno dei tanti sogni che in Italia avevi chiuso nel cassetto dell’armadio. Armadio che avevi messo in cantina… e di cui avevi perso la chiave”.

ETTORE

 

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