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La “missione” di una generazione

Mi ha molto colpito la lettera che ci ha inviato il nostro ascoltatore Giacomo. C’è molta onestà intellettuale, dentro. Giacomo prende spunto dalla puntata di “Giovani Talenti” del 29 gennaio, con la storia di Simone Morellato dalla Silicon Valley. Leggetela con attenzione: è veramente difficile trovarsi in disaccordo, soprattutto sulle conclusioni. Da diffondere!

“Sono un Ingegnere Gestionale di 33 anni, lavoro in Italia e ne sono fiero.

Non mi sento molto differente da Simone Morellato della Cisco, anch’io lavoro spesso molto più di 8 ore e il più delle volte lo faccio con molto entusiasmo.

Sono passato qualche anno fa attraverso un periodo di voglia di fuga, in concomitanza con i primi anni lavorativi e le enormi difficoltà che ogni giovane incontra. Ho cambiato lavoro,sono stato all’estero per qualche periodo (USA), poi ho deciso di dedicarmi ad un’azienda tipicamente italiana. Condivido in pieno alcuni giudizi sulla qualità del lavoro in Italia, dove di sicuro le aziende non fanno molto in termini di motivazione per i dipendenti, non si adoperano per creare centri di ricerca, non sono sempre fatte su misura per i giovani. Certo ci sono molte attenuanti per i datori di lavoro italiani, l’elevato costo da sostenere per il personale, l’assillante pressione fiscale. Ma non si può nascondere che a livello di mentalità industriale non abbiamo strutture paragonabili ad altri Stati, non abbiamo organizzazioni complesse e strutture matriciali di alto livello. La maggior parte delle nostre realtà è ancora residuo della grandiosa tradizione artigiana sviluppata nei secoli scorsi. Questo significa l’ottica del presente e non del futuro (nemmeno prossimo), significa poco tempo per formazione,e chiusura verso profili teorici come quelli dei neolaureati, dotati di grandi nozioni, ma non subito sfruttabili dall’azienda (questo spiega il perché di tante offerte di stage gratuito). Ecco quello che -in sintesi- ci distanzia di più dall’estero: è proprio questo, la carenza di visione in ottica di medio termine e investimenti in tal senso. Io stesso lavoro in un’azienda il cui proprietario e amministratore è una persona molto anziana e assolutamente in gamba, ma con la mentalità dell’azienda del Dopoguerra. D’altra parte scontiamo anche un fattore sociale, che vede come il posto fisso la maggior aspirazione del lavoratore medio. Pensa che molte persone accetterebbero proposte del tipo: “Questi sono gli obiettivi, li condivide? Se sì, ha un  tempo X per raggiungerli, con premio nel caso positivo e rescissione del contratto in caso negativo”. Se ci pensa non è un trattamento inumano, anzi è la quotidianità per chi inizia un’attività con partita IVA, per esempio… 

In questo contesto è estremamente difficile per un giovane trovare spazio, e ancor più emergere. Però personalmente credo che questo status quo può essere cambiato solamente dai giovani, con sudore e delusioni, per creare -nel Paese in cui siamo nati- il metodo che cerchiamo altrove. Questo significa probabilmente mettere in secondo piano le ambizioni personali e i riconoscimenti a breve termine, ma credo che -se il sacrificio dei giovani (la mia generazione)- servirà a costruire un mondo (almeno lavorativo) migliore per i nostri figli… beh mi lasci dire che si può mettere da parte un po’ di egocentrismo”.

GIACOMO

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