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Ricette contro la Fuga…

Pierpaolo, ascoltatore di “Giovani Talenti”, risponde così a una delle ultime discussioni lanciate in onda: “Investimenti  sull’innovazione, ritorno al rispetto delle regole, promozione del valore della professionalità quali antidoti al declino? Sono questi i tre ingredienti-base per evitare la fuga dei giovani professionisti dall’Italia? Qual è la vostra ricetta?”

Per motivi di spazio abbiamo dovuto tagliare parte della sua lettera, che pubblichiamo però nelle sue parti più signigificative. Da leggere con attenzione.

“Il problema principale di questo Paese è che il mondo del lavoro vuole ragazzi, molto giovani, impreparati culturalmente ma perfetti conoscitori di linguaggi e tecniche informatiche.

Ovviamente devono essere disposti a lavorare almeno 7/8 anni, se non gratis, almeno con una paga sotto il livello di povertà persino del sud est asiatico…

Vorrei invitare ad analizzare la lingua degli annunci di stage: non si parla nemmeno più di stage non retribuito, adesso si parla di stage GRATUITO.

“Gratuito” nella nostra lingua è qualcosa che non si paga: è come se per questo paese oramai il lavoro non debba dare uno stipendio, ma al contrario lo si debba pagare, e se non lo si paga è già una fortuna. Non ne sono sicuro, ma un bisticcio linguistico così, fa parte solo ed esclusivamente della nostra cultura. Non credo esista in inglese, spagnolo, tedesco o francese niente di simile.

Io non sono ancora in fuga ma poco ci manca. Ho 33 anni, ed ho letteralmente gettato nel cesso i miei ultimi 7/8 anni. Ho provato la carriera universitaria. Ho fatto 3 anni di dottorato in scienze della comunicazione, e poi ho prestato per quasi 2 anni servizio gratuito in attesa del mio turno. Cosa che non è mai arrivata. Ad inizio aprile ho lasciato definitivamente questa strada, poiché l’ultimo concorso a cui ho partecipato è stato assegnato alla nipote del direttore di dipartimento. La cosa bella è che questo direttore aveva già piazzato il figliastro con un assegno di ricerca (lui era appena laureato) ancorché, come tantissimi personaggi del mio ex dipartimento, fosse totalmente impresentabile. Nell’università non metterò più piede.

Ho provato a metter fuori il naso dall’ambiente universitario, ma nel privato risulto un alieno. Non sanno cosa sia il dottorato e per loro contano solo due cose:

1)la mia età fuori target per un contratto di formazione o di stage;

2)la mia mancanza di esperienza consolidata nel settore privato.

Le migliaia di mail che ho inviato nel settore privato, e per qualunque tipo di lavoro, non hanno mai avuto una risposta. Questo Paese non mi vuole: lo accetto e tolgo il disturbo.

Andrò fuori Italia a cercarmi un lavoro dequalificato, poiché il mio dottorato all’estero non vale nulla. Negli annunci fuori ti chiedono anni di  ricerca comprovati, dopo il ciclo di dottorato. Nel nostro Paese -durante il dottorato- facciamo gli stessi compiti di un docente, ma in maniera ufficiosa, poiché contro legge. Nel nostro Paese non si fa nulla. ho assistito a convegni nelle aule dell’università in cui i partecipanti erano pure gli uditori. Non vi era ombra alcuna di pubblico.

Tolgo il disturbo come ho detto, ma con il dolore nel cuore, perché -anziché continuare i miei studi appena laureato- potevo fare qualcos’altro.

In ogni caso, arriviamo al dunque: la prima cosa che mi sarei aspettato da parte di almeno un politico nostrano è la proposta di DEFISCALIZZAZIONE degli stupendi dei neo assunti dopo la laurea. E’ un’idea così peregrina quella di favorire l’immissione del mondo del lavoro dei neo laureati, con la defiscalizzazione dei loro primi 3 o 5 anni di lavoro?”

PIERPAOLO

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