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Perché all’estero?

Lettera di un padre alla trasmissione “Giovani Talenti”. Lettera di un padre che vede la propria figlia girare da qualche anno il mondo per lavoro, a condizioni molto diverse da quelle con cui lui -qualche decennio fa- muoveva i suoi primi passi a Roma. Lettera-“testimone” di un passaggio generazionale, tra un’Italia in estinzione (lavorativamente parlando) e la nuova Italia “diffusa”, che vive e lavora al di fuori dei nostri confini. Lettera di un padre che si interroga sul perché si resta all’estero, anche a condizioni non sempre semplici. Mi piacerebbe che si innescasse una risposta corale, partecipata, a questa missiva, da parte dei lettori del blog: potete farlo utilizzando la funzione “Commenta” di Facebook. Buona lettura!

“Spett. Giovani Talenti,

sono una voce che si stacca dal coro, senza però esserne molto lontano. È una voce anche imbarazzata nel rivolgersi ad un programma che riguarda giovani talenti cui non può personalmente fare parte, non solo per il talento, ma anche per l’età (ho 68 anni). Il ‘link’ è costituito da mia figlia oggi 28enne, e dalle preoccupazioni inevitabili di un genitore per il suo futuro. Vorrei presentare il suo caso lavorativo, senza alcuna pretesa di affiancarlo ad alcun talento.

Serena – è il suo nome – è un architetto partita nel 2008 a 25 anni, per un Erasmus annuale a Copenhaghen, dove ha concluso il suo iter universitario ed ha anche lavorato per uno studio di architettura. Ritornata a Roma per il tempo necessario alla tesi ed alla laurea, è ripartita per Nuova Delhi, dove tramite internet aveva trovato un lavoro presso uno studio di architettura locale, trascorrendovi un anno. L’orario di lavoro non era di 8 ore giornaliere con sabato e domenica libere: di giorni di libertà ne aveva uno ogni quindici e l’orario di lavoro giornaliero si concludeva invariabilmente verso le otto. Non di rado, oltre. Lì aveva affrontato la burocrazia, la lentezza e la corruzione con qualche soddisfazione, lavorando per ristrutturare uffici e costruire alloggi, trattando con fornitori, progettisti e pubblici amministratori. Uno dei punti a suo favore era il suo titolo di studio ed il Paese dove era stato conseguito: li, ‘l’architetto’ italiano era considerato oggetto di prestigio. Come tale, accompagnava il suo boss nelle visite ai partner dello studio, sia in India che all’estero. Ritengo che abbia saputo integrarsi e rendersi utile, se nel periodo della sua presenza ha avuto un aumento di stipendio considerevole (del 40%, con cui,  in termini reali, raggiungeva l’equivalente di 350 euro mensili: li, con quella cifra, poteva sopravvivere decentemente, senza però altre possibilità).

Rientrata in Italia, affidandosi nuovamente a Internet, trovava un lavoro come ‘freelance’ presso una società francese che si occupava della preparazione delle strutture necessarie a grandi eventi sportivi. La sede di lavoro era nuovamente Nuova Delhi, dove si preparavano le strutture per i giochi del Commonwealth. Il datore di lavoro europeo le quadruplicava lo stipendio. Finita la preparazione, breve rientro a Roma, da cui ripartiva dopo 15 giorni per un’analoga avventura in Sudafrica, per i campionati interafricani di calcio. Senza altre interruzioni significative seguiva un periodo in Quatar, e quindi uno in Gabon, con la stessa società francese  che nel frattempo le aumentava lo stipendio di circa il 40%. Attualmente, è in procinto di trasferirsi direttamente dal Gabon a Londra (senza transiti per Roma, dove abitiamo) per i preparativi per le Olimpiadi del 2012. Ma il contratto è rinnovato di mese in mese, e di assunzione a tempo indeterminato non se ne parla in alcun modo.

Di storie lavorative come queste credo che ve ne siano oggi diverse, e quella di mia figlia non avrà certamente le caratteristiche nè dell’originalità nè dell’eccellenza. La faccio presente per alcune considerazioni personali: I ritmi di lavoro cui è sottoposta sono pesanti (raramente la domenica è libera e negli altri giorni l’orario di lavoro è 9-20), ed i rischi cui va incontro la sua persona sono notevoli (la sua collega ingegnere con cui lavora è stata colpita dalla malaria, mentre lei stessa è stata oggetto di furti; in molte delle località in cui ha lavorato, uscire la sera era consigliato solo in gruppo e durante il giorno, era poco sicuro andare a piedi, da soli).

Le circostanze sono  profondamente diverse da quelle in cui ho iniziato la mia vita lavorativa. Nel 1970, la mia datrice di lavoro – la Italcable, oggi conglomerata nella Telecom Italia – mi lasciava libero dal venerdì  pomeriggio fino al lunedì mattina, e per raggiungere il posto di lavoro non dovevo che prendere un autobus, per raggiungere il centro di Roma. Il contratto, dopo un periodo di prova di sei mesi, si trasformava automaticamente in un tempo indeterminato e lo stipendio mi permetteva di vivere passabilmente vicino ai miei genitori.

A questo punto, arrivo alle mie considerazioni: il clima in cui io lavoravo era sonnacchioso, l’innovazione era subìta e limitata alla tecnologia nonostante le risorse economiche provenienti dal core business della Società fossero tutt’altro che scarse; la gestione delle risorse umane era prepotente e assolutista. Progrediva chi aveva conoscenze altolocate, conosceva i meandri burocratici ed aveva sostegni sindacali.

Oggi il panorama è cambiato per molti, essendo divenuto più difficile entrare nel mondo lavorativo e poi restarvi, con un minimo di certezza. Forse ed in parte, la situazione attuale può essere considerata una conseguenza del nostro passato atteggiamento verso il lavoro: ancora forse, da questo potrà venire fuori qualcosa di stabilmente buono, come un maggiore apprezzamento del merito personale e dell’onesto coraggio imprenditoriale che la vostra trasmissione mette in evidenza. Come padre però (che ha anche un altro figlio, anche lui impaziente di  seguire la strada dell’espatrio), non riesco ad apprezzare completamente i progressi di mia figlia  vedendo i rischi che corre e lo sfruttamento cui è sottoposta, oltre all’esosità del fisco italiano nei confronti del suo reddito, che lei produce all’estero per una società estera.

Mi piacerebbe  che questi punti venissero considerati, nell’ottima vostra trasmissione che ascolto spesso nelle prime ore della mattina”.

ALDO

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