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Tempo di Espatriare…

Riceviamo e pubblichiamo la bellissima lettera che il nostro ascoltatore Raffaele ci ha inviato poco prima dell’estate. Abbiamo aspettato la ripresa autunnale della trasmissione per pubblicarla sul blog. Ci siamo permessi di evidenziare in neretto alcune delle frasi più significative. E’ un quadro lucido e spietato della situazione dei giovani talenti nel Belpaese. Un invito al cambiamento. O, in alternativa, all’espatrio.

Redazione Giovani Talenti,

la mia storia inizia in quel di Foggia. Mi sono laureato in Economia e Commercio presso l’università di Foggia nel 2007, e ho trascorso qualche mese a Dublino per studiare la lingua inglese.

Tornato in Italia ho cercato lavoro a Milano: dopo qualche mese ho iniziato uno stage nel campo del credito. Accetto e inizio il primo contatto con il mercato del lavoro italiano. Si trattava di un’attività che non rientrava nel mio interesse, ma ho accettato. Bisogna pur iniziare.

Dopo sole 2 settimane ho la possibilità di svolgere la medesima mansione, ma con una retribuzione importante presso un’altra azienda. Non più di stage ma con contratto interinale. Accetto per poter mettere qualche soldo da parte. Passano i mesi. Passano i famosi rinnovi. Passano gli anni. Dopo 3 anni ricevo l’offerta di consolidare la posizione con un contratto determinato di ulteriori 4 anni, ma non posso cambiare la mansione.

La mia decisione ora è di rinunciare. Per molti miei amici e colleghi è una pazzia, ma mi sono reso conto che non ho la possibilità di mettermi in gioco. Sono diventato un “operaio” e non metto a frutto gli anni di studio. E non perchè io non valga molto: mettendo da parte l’ambizione che può essere intesa come presunzione nessuno dei miei colleghi ha la possibilità di crescere. Tutti a fare il compitino.

Ho anche un titolo di Master conseguito durante il periodo lavorativo. Ora mi metto in gioco e mi butto. Non importa quanto di me stesso e del tempo libero che avevo imparato a gestire devo sacrificare. Mi metto in discussione.

La mia testimonianza vuole porre l’accento sul fatto non c’è alcuna opportunità di crescita. Stabilizzare un contratto non è, e non è mai stata la soluzione. Non basta la voglia di lavorare e la crescita culturale per avere gli strumenti professionali, cioè investire su sé stessi in formazione: dovrei attendere altri 4 anni per poter ricominciare a fare gavetta.

Questo sacrificio dell’entusiasmo è inaccettabile. La reazione psicologica è di incolparsi per le scelte fatte che hanno portato a un “cul de sac”, e che forse ora è tempo di espatriare.

Nei 3 mesi trascorsi all’estero ho avuto sin da subito l’opportunità di crescere: prima settimana formazione con corsi e la possibilità di conoscere l’intero struttura aziendale.

La flessibilità raccontata in molte esperienze da voi descritte io non l’ho mai trovata in Italia. La mia richiesta esplicita di imparare, avere l’opportunità di formarmi e rinunciare alla stabilizzazione immediata con contratto indeterminato non ha avuto seguito. Il compitino.

Si parla di umiltà, ma in realtà è fare il compitino ed accettare in silenzio. Non accetto che mi si tarpino le ali e l’entusiasmo. Ho visto troppi impiegati attendere l’età della pensione.

Non voglio vivere così. Questo attegiamento supino non mi appartiene. Ho una laurea, un master, certificazioni di lingua e certificazioni professionali. Sicuramente troverò lavoro. Magari anche in Italia. Ma non è possibile che debba pagare in termini di opportunità, e di retribuzione il prezzo di vivere in un Paese così bello. Mi sembra che nasciamo con un debito da pagare nel tempo.

Vi ringrazio dell’attenzione e vi faccio i complimenti per la trasmissione. Cordialmente.

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