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“Non ho fiducia nella mia Italia”

Ogni giorno, ogni settimana, qualcuno mi chiede: “perché se ne vanno”? La prima risposta che mi viene è: “leggete i giornali, quello che -ahimè- prevediamo da quasi due anni ora è realtà…” La seconda -decisamente migliore- è dare la parola ai nostri giovani ascoltatori. Sono loro che, con grande onestà intellettuale, ci spiegano cosa non funziona più in questo Paese. E cosa sarebbe potuto funzionare, se solo li avessimo davvero voluti aiutare a restare… Come nel caso di Eleonora, ascoltatrice di “Giovani Talenti” prossima all’espatrio. Buona lettura!

Mi chiamo Eleonora, ho 22 anni e tra poco sarò laureata in Ingegneria all’Università di Bologna. Dopo ho in programma di partire, con in conto la possibilità (non remota) di non tornare, se non per le vacanze. Come un’altra lettrice di cui avete pubblicato una lettera, sono andata in Cina (Chengdu) a 16 anni, e ho trascorso il mio IV° anno di superiori là. Ho passato quest’anno (terzo anno di corso) negli Stati Uniti. Ho deciso di proseguire i miei studi in Gran Bretagna, e non so se tornerò in Italia quando avrò finito. Le ragioni sono tante, ma mi piacerebbe conviderne alcune in particolare.

La prima ragione è che il mio interesse di studio è la gestione delle tecnologie rinnovabilli/pulite. In Italia non ho trovato un corso che riflettesse questo mio interesse. Ma anche se l’avessi trovato, dopo aver visto e confrontato (grazie a molti amici stranieri) come funzionano altre università, mi sentirei terribilmente scoraggiata a continuare a studiare in Italia. Mi riferisco in particolare all’Università di Bologna, ma credo che il caso possa essere esteso a molte università italiane. Potrei discutere molti aspetti, ma prenderò una delle cose che più mi demoralizza: i professori. Non molti rispondono alle email, e se lo fanno, pochi lo fanno entro un tempo decoroso. Agli orari di ricevimento bisogna aspettare ore prima di essere ricevuti. Il personale docente adotta spesso un atteggiamento di superiorità e sufficienza nei confronti degli studenti, nell’ottica che lo studente, per definizione, sia sempre nullafacente e cerca di raggirare il sistema. Ho avuto la fortuna di incontrare professori molto bravi, ma sono casì a sè stanti: l’eccellenza nell’insegnamento è più un caso, che il frutto di un pianificato obiettivo di ateneo. Quello che intendo dire è che nell’università italiana non c’è un clima di insegnamento vibrante, che motiva e stimola: vanno avanti quelli che hanno voglia di studiare fin dall’inizio. Una voglia, che nel mio caso, è stata piano piano consumata dai continui esempi di disservizio dell’università. Gli studenti si adeguano a standard estremamente bassi, perchè spesso non hanno conosciuto di meglio. Credo che sia una questione di standard: con chi ci confrontiamo per vedere quanto competitivi siamo? Qual è il nostro riferimento, quando cerchiamo di migliorare?

Il motivo per cui me ne vado è che non ho fiducia nella mia Italia. Certamente, come sottolineano altri lettori, dall’estero spesso ci coprono di lodi su arte, cibo, cultura. Ma tutte le volte che torno in Italia dopo un periodo all’estero queste cose le vedo a malapena. La quasi totalità delle interazioni con il sistema sono profondamente segnate dall’inefficienza, una inefficienza a cui le persone rispondono con un rassegnato “è così che funziona” (come nel caso dell’università). Non voglio entrare nella discussione politica, ma per esempio molti miei amici americani tessevano le lodi del nostro servizio pubblico nazionale (che loro non hanno). L’altro giorno sono andata al CUP e il primo appuntamento disponibile con un oculista era aprile 2012. Per me, forse un pò deformata dai miei studi in ingegneria, l’inefficienza è l’unica cosa davvero pubblica in Italia. E non mi sento pronta ad adeguarmi.

Non penso l’Italia crei un buon terreno per i giovani o ci offra delle prospettive interessanti. Basta ascoltare le percentuali della disoccupazione tra in giovani, in particolare quella femminile. Con questo non intendo dire che altri Paesi siano meglio. Vorrei andarmene dall’Italia non per disperazione, ma per vedere se c’è di meglio: però prima di “adeguarsi” a questo sistema vale la pena provare. Capire a che livello vogliamo stabilire i nostri standard, insomma. Viaggiare è importante perchè crea la possibilità: di mettersi in gioco, di imparare, di intraprendere nuovi percorsi senza rimanere incappati in burocrazia e inefficienza. Tutte cose che i giovani vogliono, ma che in Italia non trovano. Ancora”.

 Eleonora

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