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Lasciare l’Italia…

Riccardo Specchia, giornalista e videomaker 29enne, è autore di un video che ha spopolato su “You Tube” (oltre diecimila visite in pochi giorni): il titolo la dice tutta. “Me ne vado dall’Italia”.

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Abbiamo chiesto a Riccardo di scrivere una riflessione per il blog di “Giovani Talenti”. Questa è la lettera che ci ha inviato:

Avevamo dato il massimo per quel documentario, girando ovunque tra la Spagna e il Portogallo. Dovevo completare la mia specializzazione universitaria in questo meraviglioso Paese, e avevo deciso di farlo proprio lì in Galizia, regione iberica del nord-ovest. Il mio stage di fine corso consisteva in 2 lavorazioni pratiche e due esami scritti. Completati i giorni di riprese ebbi la felice idea di chiedere al mio staff quali fossero i libri da studiare per dare l’esame finale. Con stupore, quei meravigliosi ragazzi così giovani e così professionali, mi dissero: “ma quali libri?” – ed io – “la teoria, quella da dare all’esame?”. La loro risposta fu sicura e netta: “non devi preoccuparti dei libri caro Riccardo, Dobbiamo dare il massimo in sala montaggio, poiché ai professori importa il nostro lavoro, e poi si può chiacchierare sulle tecniche utilizzate per arrotondare la votazione”.

Ricordo spesso questo aneddoto quando si parla di giovani, lavoro e Università in Italia, perché in questa breve conversazione c’è tutto quello che il nostro Paese dovrebbe apprendere sul tema “Lavoro”. Dopo circa un anno tornai in Italia per discutere la mia tesi di laurea, e porre fine ai 5 anni di teoria inculcatami dal metodo accademico nazionale. La mia tesi fu uno studio di fattibilità. Volevo importare il modello spagnolo e un po’ di tutta l’Europa, nel sistema italiano. Nel Paese, il nostro, dei “tutti laureati”, dovrebbe essere normale aggiornare le accademie, rendendole più pratiche e più funzionali al lavoro da svolgere, una volta proclamati i dottori. I ragazzi che si laureano, in Spagna e in tutto il continente, hanno già a disposizione un portfolio (autoprodotto) elaborato e di alta qualità. La discussione finale non avviene con un burbero presidente di commissione, ma con un dirigente d’azienda, che decide immediatamente se assumerti o segnalarti ad aziende connesse. “Specializzarsi” significa aver incubato un ragazzo per il mondo lavorativo. Non vi è alcun corso aggiuntivo o master da completare (come invece facciamo noi), ma determinazione e preparazione nel lavorare.

Attraverso ricerche e richieste di finanziamenti in partnership avevo completato il tutto. La mia splendida avventura fuori confine aveva innestato in me il loro metodo, che in sintesi descriverei così: la formazione lavorativa ovunque, tranne qui, avviene nelle facoltà. Ho proposto alla commissione un laboratorio audiovisivo, dove con pochi mezzi digitali (bubbole in termini di spese, a confronto con gli sprechi accademici italiani) avremmo potuto mettere in pratica tutto il detto sulle teorie della comunicazione.

Il lavoro mi diede il massimo dei voti, ma non fu mai attuato. Non so perché… ma forse dava fastidio a molti docenti.

Tutto ciò che venne dopo è scritto sul mio curriculum, e non è stato facile conquistarselo. Maturai l’idea di andarmene di nuovo dall’Italia, e proprio su quell’aereo scrissi la mia lettera aperta ad una nazione che sta bene così… che si accontenta. Scrissi “me ne vado dall’Italia“.

Ricordo di aver partecipato ad un festival dove dovevamo raccontare la meravigliosa Italia nei suoi 150anni. Una provocazione, sapevo di non vincere quel concorso dal nome “l’Italia che immagino”, perché l’Italia che immagino è una nazione bella e vuota nella parabola ad immagine e somiglianza dei suoi uomini di potere. 

Adesso mi ritrovo nell’eterno nomadismo professionale che coinvolge tutta la nostra generazione, considerata in molti modi: “11 settembre 2001; la generazione dei senza casa; i bamboccioni; i laureati; eterni stagisti”. Ho scelto di fare giornalismo, per grossa pena di mia madre, e da lì non mi sono più fermato, tanto che un camper sarebbe per me il vero investimento da fare. 

L’Europa, lavorando ovunque, l’ho girata praticamente tutta, e tutti i miei amici “europei” mi chiedono sempre: “che ci fai ancora lì?” … “Vieni qui e non ci pensare”. E così vivo sempre ad un passo dall’aeroporto, pronto alla fuga e pronto all’ennesima delusione. Ma non vado via, voglio ancora lottare, dedicando il mio lavoro a chi invece comprensibilmente lo ha fatto.

RICCARDO SPECCHIA

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