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Back to Erasmus…

Bella, davvero troppo bella, la lettera che la nostra ascoltatrice Chiara ci ha inviato, a seguito di una delle ultime discussioni lanciate online: “E’ l’Erasmus il vero salvagente di una generazione che in Italia ha perso quasi ogni prospettiva? Erasmus come chiave di volta, per comprendere che -all’estero- le possibilità di lavoro o imprenditoriali esistono ancora, che basta varcare le Alpi per ottenere quelle chances sempre più spesso negate in patria? L’Erasmus vi ha dato -insomma- un’altra possibilità?” Leggete fino in fondo la bellissima lettera di Chiara:

“Mi chiamo Chiara, sono nata a Roma ventisei anni fa e sì, l’Erasmus mi ha cambiato la vita.

Sono partita nell’ormai lontano 2007, durante l’ultimo anno di triennale in Scienze Umanistiche, per un semestre presso la facoltà di Lettres dell’Université Charles de Gaulle Lille III, senza essere del tutto cosciente di ciò che quest’esperienza avrebbe rappresentato e comportato.

All’epoca l’unica lingua straniera che conoscevo era l’inglese, l’Urbe era il centro del mio mondo e la prospettiva di un’esistenza all’estero per me era del tutto inconcepibile. Quando ho fatto domanda per la borsa Erasmus desideravo soltanto avere la possibilità d’immergermi per un breve periodo in una nuova dimensione linguistica e culturale, apprendere il francese, la cui musicalità mi aveva sempre affascinata, e far ritorno in patria forte di un’esperienza che senza dubbio avrebbe contribuito ad arricchirmi umanamente ed intellettualmente, facilitando, magari, il mio futuro ingresso nel mondo del lavoro. Tutto qui. Motivazioni quanto mai leggere, semplici, forse anche un po’ banali. 

Volevo andare nell’inflazionata e fascinosa Parigi, ma sono stata mandata nella grigia e gelida Lille, nel profondo nord della Francia.

Ho vissuto i primi tre mesi all’insegna del mutismo, stordita da una lingua che, per quanto affine alla mia, sembrava incomprensibile.

Poi, di punto in bianco (e con la complicità di uno studio forsennato), in me si è sbloccato qualcosa. Ho iniziato a capire, a parlare, persino ad interagire, le lezioni sono diventate improvvisamente chiare, e mi sono resa conto che, rispetto agli studenti francesi, portati a specializzarsi troppo presto, le mie conoscenze della storia della letteratura erano di gran lunga superiori. E questo perché il sistema educativo italiano è l’unico, a mio avviso, che sia davvero in grado di conferire delle solide basi. Il problema è che la costruzione di queste solide basi, in Italia, potenzialmente non ha fine: per la maggior parte dei professori di lettere lo studente resterà sempre e solo uno studente, un essere subalterno, che per quanto s’impegni nello studio non riuscirà mai a raggiungere lo stesso livello del proprio docente, la cui risposta standard, se interpellato, sarà: “Sì, quanto dice è interessante, ma ha letto questo? E questo? E questo, e questo, e questo, e questo, e questo, etc.?”.

Ora, data la vastità degli studi critici in ambito letterario, la prospettiva per uno studente di lettere italiano che voglia entrare nel mondo della ricerca è quella di trascorrere la vita sui libri, in religioso silenzio, per assorbire tutto lo scibile possibile e riuscire forse, intorno ai sessant’anni, a dire la sua senza quella costante sensazione d’inadeguatezza che ha caratterizzato gran parte della sua vita.

In Francia le cose sono un tantino differenti: le lezioni non consistono nell’ascolto passivo del professore da parte dello studente, ma nel dialogo tra le due parti. Il docente esige partecipazione, incoraggia l’espressione del punto di vista dei suoi giovani allievi a prescindere dal loro studio preliminare di testi critici, e l’esame finale, il più delle volte, consiste nella stesura di una dissertazione, di un saggio breve o di un commento a partire, ad esempio, da una citazione dello scrittore che è stato oggetto del corso. Questo fa sì che, rispetto a un normale studente italiano, i francesi siano di gran lunga più spigliati, sicuri di sé, pronti ad esternare la propria opinione senza il timore di essere giudicati o annientati intellettualmente, giacché il voto non viene dato in funzione delle loro conoscenze, ma in base alla loro capacità di articolare un discorso critico.

Pertanto, uno studente italiano che si ritrovi in una simile realtà può, se accompagnato da una robusta formazione di partenza, avere le carte in regola per “sfondare” e risultare speciale non solo per il diverso contesto di provenienza, ma anche per il differente livello di maturità culturale.

Tornare in Italia dopo la scoperta di questo mondo e delle prospettive da esso offerte è stato a dir poco traumatico.

Dopo aver finito l’Erasmus mi sono laureata con 110 e lode con una tesi in Storia dell’Arte Contemporanea, ho fatto uno stage piuttosto avvilente in una redazione giornalistica e, forte di una ormai eccellente conoscenza del francese e dell’inglese, ho provato ad iniziare una specialistica in Lingue e Letterature Euroamericane presso l’Università di Roma Tre, da cui sono fuggita a gambe levate dopo l’incontro con esponenti della ben nota “baronia accademica”, pronti a mortificare e ad inibire lo studente con lezioni incentrate, nella maggior parte dei casi, sull’autoincensamento e sulla promozione dei propri studi critici, di cui inoltre viene spesso richiesto l’acquisto. Ho vissuto un periodo di sconforto totale, lavorando saltuariamente come hostess congressuale, traduttrice anglo-italiana e franco-italiana, o come insegnante di ripetizioni, con la netta sensazione di non avere la benché minima prospettiva futura. 

Poi, il caso ha voluto che m’imbattessi nel bando di ammissione ad una specialistica Erasmus Mundus in Culture Letterarie Europee, che prevedeva un anno di studio a Bologna ed un anno a Strasburgo, con relativo doppio diploma di laurea finale. Nella graduatoria di accesso sono arrivata seconda, ho lasciato Roma per Bologna e, successivamente, Bologna per Strasburgo, dove ho ritrovato la stessa apertura mentale che avevo incontrato in quel di Lille, nonché un reale e profondo interesse da parte dei professori nei riguardi delle nuove proposte di ricerca.  

Mi sono laureata il 30 giugno scorso con 110/110, con una tesi in Lingua e Cultura Italiana grazie alla quale, oggi, mi accingo ad iniziare un dottorato in Letterature Comparate nella stessa Strasburgo, dove attualmente vivo e lavoro come assistente di lingua italiana in due licei.

Ho nostalgia della mia famiglia, ma sento che la mia vita è sempre più lontana da quel soffocante paesone che è Roma, bella per i turisti o durante il mese di agosto, quando i suoi poco urbani abitanti sono quasi tutti fuori, ma invivibile nel resto dell’anno in quanto emblematica capitale di un paese che ha sempre meno da offrire e che sembra non avere alcun interesse nel tutelare la propria cultura (soprattutto classica).

Qui in Francia crescere e coltivarsi è possibile, e se oggi vivo un presente che ha il sapore dell’avvenire lo devo proprio a quell’Erasmus un po’ avventato ed incosciente che, quattro anni fa, si è rivelato la chiave di volta del mio futuro, rivoluzionandomi l’esistenza.

CHIARA

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