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Torni in Italia per la ricerca? No grazie, resta in Svizzera

Storia al limite del surreale, quella di Francesca Zagari, 31enne ricercatrice e PhD. al lavoro in Svizzera. Dalla Calabria a Milano per studiare, poi verso la Francia e la Confederazione Elvetica per lavorare. Quando ha provato a rientrare, portando con sè una ricca “dote” legata al suo progetto di ricerca, si è trovata le porte chiuse in faccia. Cose da non credere. Ancora una volta, l’Italia ha perso una buona occasione per dimostrare quanto tiene ai suoi giovani talenti, emigrati da un Paese incapace di valorizzarli. Francesca si presenta così ai lettori del blog: 

La mia storia è simile a quella di molti altri ricercatori che, per curiosità o necessità, decidono di cominciare un’esperienza di studio/lavoro all’estero.

Vivo infatti in Svizzera, dove svolgo un dottorato di ricerca presso una multinazionale farmaceutica in collaborazione con l’università locale.

Una storia come le altre, se non fosse per il fatto che all’inizio di questa esperienza, avendo già un progetto e i relativi finanziamenti in tasca (sponsorizzati dall’azienda) mi rivolsi a due Atenei italiani per cercare di attivare la collaborazione “industria-università”, e indire il relativo posto di dottorato. Purtroppo, la mancanza di interesse in un caso e il “rigido” regolamento della scuola di dottorato in un altro, mi hanno indotto alla fine a rivolgermi all’Università elvetica, con forte delusione mia e anche del Professore che gentilmente si era impegnato ad aiutarmi.

Col senno di poi, sono soddisfatta della scelta “forzata”, poiché qui non è tutto perfetto -ovviamente- ma comunque mi sento valorizzata e tutelata da un’Università che si preoccupa realmente del futuro professionale dei suoi studenti, grazie anche a una fitta rete di collaborazioni con il privato.

Rimane però l’amaro in bocca di chi vorrebbe che l’Università italiana non si limitasse a dare un’invidiabile formazione di base, ma fosse anche più dinamica e aperta al mondo che sta oltre le sue cattedre e laboratori. Certo qualche iniziativa in tal senso esiste, qualche spiraglio di innovazione c’è, ma purtroppo non basta a compensare il ritardo accumulato nei confronti degli altri Paesi.

Rimane anche la delusione di chi, forse con un po’ di presunzione, ha pensato di poter dare la sua piccola parte di aiuto per realizzare questo cambiamento. Ma poi ti rendo conto che il tempo passa, che hai solo un’occasione e che altrove la strada è già spianata e così il Belpaese comincia a non esser più così tanto bello da riuscire a trattenerti.

Nonostante questo, sono certa che se avrò un’altra occasione tenterò comunque di nuovo la strada della collaborazione con il mio Paese“.

 

Vi aspetto alle 13.30 (CET) sulle frequenze di Radio 24 – Stay tuned!

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