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L’Italia da cambiare

Ripartiamo nel 2012 con un impegno: fare piazza pulita dei problemi accumulati fino al 2011.

Contribuendo a trasformare questo Paese, un Paese dal quale i migliori giovani talenti fuggono, in un Paese dove i migliori tornano. E dove anche gli stranieri arrivano, attratti da una mentalità nuova e protesa verso l’innovazione.

Per comprendere dove si va, occorre però non dimenticare da dove si viene: per farlo, ho ritenuto importante proporre la lettera che Gianluca ha pubblicato -tempo fa- come commento a un precedente “post” di questo blog.

Mi è piaciuta così tanto, che ho pensato di dedicarle un “post” vero e proprio. Gianluca identifica in modo lucido e chirurgico i veri mali da sradicare in questo Paese. Buona lettura. E Buon Anno!

“Caro Sergio,

non sono certo uno “young expat”, ma lo sono stato fino a due anni fa. Ho speso circa 11 anni all’estero ricoprendo vari ruoli in un noto gruppo operante nel settore energia, di cui ovviamente non posso fare il nome. Negli ultimi cinque anni di questa mia esperienza l’azienda mi ha dato anche l’opportunità di crescere, assumendo un livello di poteri legali e operativi in campo finanziario non trascurabile, e dandomi quindi l’opportunità di imparare molto. Tornato in Italia due anni fa, con all’attivo questa esperienza, la buona conoscenza di altre due lingue a livello di “business language”, cioè francese e inglese, ho ritrovato, incredibilmente, quell’ambiente di cui parlavi. Bonaccia assoluta, senza vento, ma con tanta ignoranza, presunzione e mancanza di rispetto e considerazione. Qui in Italia, le persone anche con ruoli dirigenziali medio-alti non parlano una parola non dico di francese, ma neanche di inglese. L’ambiente di lavoro è statico e passivo e le “opportunità di carriera” fanno totale astrazione dall’esperienza professionale, manageriale e di conoscenze acquisite sul campo. Si basano -al contrario- su un “rapporto fiduciario” basato sulla filosofia delle “parrocchie” e del totale asservimento professionale (e anche culturale) delle persone. Sono stato costretto (anche perchè ormai viaggio velocemente verso i 50 anni) ad accettare un doloroso compromesso con me stesso e le mie aspirazioni di valorizzare in Italia il mio bagaglio di esperienze: è impossibile riuscire qui, se non hai una minima copertura “politica” (non tanto nel senso dei partiti, ma nel senso dello scambio e dell’asservimento a qualcuno in azienda). E ti sto parlando di uno dei migliori e piu’ avanzati ambienti di lavoro, di uno dei primissimi gruppi industriali italiani ed europei. Ti confermo dunque che il nostro è un Paese filosoficamente e culturalmente statico, fermo: in certo senso, corrotto alla base, anche nei meccanismi di funzionamento della possibilità di affermarsi in base alle proprie capacità o delle esperienze acquisite sul campo”.

GIANLUCA 

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