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L’Italia da cui scappiamo

Ha scelto di restare anonimo Doc on The Run, l’autore di questa bella lettera al blog di “Giovani Talenti”. Una lettera che rappresenta un durissimo atto di accusa verso un’Italia che vorremmo cancellare con un tratto di penna. Che desidereremmo buttare a mare, insieme al libro mastro delle regole che l’hanno finora governata. Gridando “basta!”: basta ai raccomandati, basta ai carrozzoni pagati coi nostri soldi, basta all’umiliazione dei migliori ad opera dei mediocri, basta a una classe dirigente inetta, che si autoriproduce con logiche da reato penale. Ma c’è anche un messaggio positivo: all’estero si trova una classe dirigente potenziale, che è già pronta a prendere le redini del Paese. Quando consegneremo loro le chiavi della Penisola?

“Ti racconto la mia storia di italiano espatriato, non diversa da quella di tutti gli altri.

Scappato dallo squallore e dal degrado del Sud Italia, ho conseguito all’estero laurea e poi dottorato col massimo dei voti.

Dopo dieci anni all’estero mi venne il desiderio di tornare in Italia: dunque presentai domanda per un concorso pubblico nella mia Regione.  In barba alle leggi italiane e europee, la commissione mi negò di partecipare al concorso in quanto la mia laurea, secondo tali signori, non sarebbe stata equivalente.  Naturalmente feci causa in tribunale; causa che, a distanza di anni, è ancora in corso (in seguito venni a conoscenza di parecchie polemiche legate al concorso, per il quale le lauree di ammissione erano state scelte in modo strano – insomma, il solito concorso “ad personas”).

Poco male, perché poco tempo dopo ricevetti un’offerta da un centro di ricerca internazionale.  Stipendio: il quadruplo. Rimasi quindi all’estero, a lavorare su un acceleratore di particelle.  Per la commissione del concorso italiano non ero qualificato neppure per mettere le mani sui PC della Regione.

Terminato il contratto, ebbi notizia della costituzione di una società in-house nella mia terra, per la gestione di tutta l’infrastruttura tecnologica.  Per me si trattava di una bella opportunità per fare qualcosa per il mio Paese e -magari- fare carriera grazie alla mia esperienza internazionale.  Traslocai e tornai in Italia.

Credimi, caro Sergio, mi è difficile esprimere a parole la delusione e lo schifo provati durante questa esperienza.

La società si rivelò essere il solito carrozzone messo in piedi dal politicante di turno per piazzare gli amici e fagocitare valanghe di soldi pubblici.  La baracca era gestita da incompetenti che, tra disorganizzazione e mobbing, riuscì a sbarazzarsi della gente migliore, sia sul piano umano che su quello professionale (alcuni di questi ragazzi ora lavorano all’estero, e non credo torneranno).

Il mio capo, un somaro ignorante pluriraccomandato che non aveva neppure fatto il liceo, fece di tutto per mobbizzarmi e umiliarmi durante il tempo che passai lì dentro.

Puoi immaginare cosa accadde dopo. Finii di lavorare, caricai l’auto di masserizie e varcai le Alpi. Morale: adesso lavoro di nuovo all’estero e ne sono felice.  So che non tornerò mai più in Italia – a parte per vacanze e visite alla famiglia.

Grazie per il tuo lavoro e per quello che fai.  Non se ne parla mai abbastanza”.

DOC ON THE RUN

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