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L'”italianità” peggiore…

Ottimo spunto, quello che fornisce oggi il nostro ascoltatore (nonché mio coetaneo) Antonio: non esiste solo un problema di mercato chiuso e relazionale nel mercato del lavoro, in Italia. Pure per fare business, occorre “conoscere” qualcuno. La qualità delle idee conta meno delle “connessioni”? Lasciamo aperta la domanda… su questa “italianità” un po’ deteriore.

Mi chiamo Antonio, sono nato nel 1975: dopo diverse esperienze in cui ho sperimentato vari contratti,  l’assunzione all’italiana, il freno alle idee per la paura del nuovo, la carriera ostacolata se sei più troppo vivace e favorita se stai simpatico al capo, ho deciso di mettermi in proprio e, per una serie di valori personali e circostanze della vita, l’ho fatto nel nostro Paese.

Ho seguito con interesse la puntata di sabato, che mi ha dato uno spunto di riflessione.

L’italianità (se sei amico/parente di …) si manifesta non solo nelle assunzioni, ma anche nella ricerca di opportunità commerciali. 

Io non sono amico o parente di nessuno nel posto in cui mi sono trasferito: pur riuscendo a trovare qualche opportunità, sperimento spesso questa tendenza.

Al di la delle considerazioni che si possono fare, sono uno di quelli che pensa che questo meccanismo, per quanto radicato nella nostra cultura, non mi appartiene, mi fa disperdere energie e, soprattutto, non mi fa contribuire alla competitività del nostro Paese. Insomma credo di essere uno dei tanti che vuole cambiarlo, e che ci prova ogni giorno con il proprio lavoro.

Ho deciso di affacciarmi su altri mercati, e per ora ho considerato alcuni Paesi UE, tra cui la Germania (per motivi che riguardano il mio settore), ma durante la sua puntata mi sono detto: “perché non gli USA? Perché non provare a fare business li senza doversi trasferire stabilmente?”. Penso che potrebbe essere un altro modo per portare italianità li ed anche un po’ di americanità qui da noi“.

ANTONIO

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