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I “fuori” dall’Italia

Dedico questo splendido “post”, che ci ha inviato Mario, medico chirurgo ascoltatore di “Giovani Talenti” , a tutti coloro che continuano a chiedersi perché andare all’estero significa chiudersi le porte alle spalle, in Italia. Che si chiedono come sia possibile che un Paese sviluppato, pur invaso da metastasi corporative e familistiche, riesca nella difficile impresa di sbattere le porte in faccia a chi emigra per raccogliere nuove sfide. E tornare migliorato. Io direi che Mario lo spiega alla perfezione: la ragione va ricercata in un mix di ignoranza e mediocrità. Ignoranza di chi non ha mai messo il naso fuori dai nostri confini. Nè è interessato a farlo. E mediocrità di chi sa benissimo che voi emigrati siete più “ricchi”, a livello umano e di competenze. Ora fate paura: farvi tornare destabilizzerebbe un sistema marcio. Per questo vi temono. Leggete tutta la lettera di Mario, per favore. E commentatela online: il canale Facebook è aperto.

Partito per una lunga esperienza africana prima come volontario e poi con il MAE, ho mosso la mia professionalità e la mia famiglia verso l’Africa per 4 anni, acquisendo un’esperienza come chirurgo e direttore di ospedali nei -così definiti- Paesi in via di sviluppo – nel 2005. Un faticoso cammino, dopo che avevo il mio fantastico posto fisso in Italia, una scelta fatta con mia moglie, avendo l’opportunità di far vedere ai miei tre allora piccoli bambini come era fatta l’altra faccia del mondo. Ho lasciato un cospicuo reddito con molta paura, anche per una sfida personale, per vedere se potevo fare qualcosa in più che sedermi sulla mia poltrona semi-confezionata e prestabilita in Italia. Mi “puzzava” quell’Italia che avevo sfruttato perfettamente, e da cui avevo ormai succhiato tutto il possibile, pur essendomi piazzato alla perfezione.

Ho chiuso la porta di casa, staccato i contatori e me ne sono andato a lavorare in sistemi sanitari disastrati e senza medici. Un lavoro duro, durissimo, in mezzo alla sofferenza silente e alla morte, perchè non ci sono alternative, è così. Il lavoro su me stesso e donato agli altri è stato il miglior master che mi potessi pagare: la famiglia ha retto benissimo ed un giorno, malgrado la possibilità di restare in quei contesti e lavorare come libero professionista senza problemi, ho deciso di tornare, perchè avevo paura di restare poco aggiornato. Una sorta di bisogno di tornare alla sfida e alla competizione, come se non lo avessi fatto abbastanza, dopo migliaia di interventi chirurgici in contesti impossibili e file di visite ambulatoriali fino a mezzanotte.

Una volta tornato un incubo: ripetere il concorso, rifare la trafila, mettersi in coda e venire umiliato perchè ormai ero fuori. Un’esperienza che non avrei fatto neanche in 20 anni improvvisamente non veniva ignorata (magari…) ma addirittura usata per umiliarmi: nessun titolo lavorativo riconosciuto, la pingue casistica ed esperienza accumulata faceva parte di un “file” che non veniva considerato in sede di colloquio o di esame.

Al concorso tutte le “combine” come di rito, questo primo perchè deve andare qui, l’altro terzo perchè rientra dopo, tu qui perchè tanto vuoi andare lì e quindi non serve che vinci anche se hai i titoli… insomma le cose che non serve scrivere perchè fanno parte della nostra Costituzione (ci deve essere questo articolo, forse non avete controllato bene tra le postille o successivi emendamenti). Stritolato tra colleghi che mi hanno accolto e capito (pochi), e altri che -data la frustrazione accumulata in tanti anni- mi hanno ulteriormente cercato di castrare, ho tirato avanti difendendomi come tutti abbiamo imparato a fare: vuoi il lavoro? Anche se è una posizione dirigenziale le regole non cambiano, te lo abbiamo concesso e tu le devi rispettare, non sconfinando oltre lo stabilito.

Ho resistito fino a quando non sono stato miracolosamente “shortlistato” per una interview Oltremanica, dove mi sono presentato carico ma disilluso (non avevo fatto nessuna telefonata con qualche membro della commissione, non conoscevo nessuno). E la classica storiella letta e riletta, che corrisponde alla realtà, si  è ripetuta: intervista brillante, mezza passata a parlare della “lesson learned” africana e ottenuto il posto di lavoro. A Londra.

“Vuole chiedere Lei qualcosa?” mi dice un membro del panel alla fine. ” Perchè vi siete soffermati sull’esperienza africana così a lungo?”. Ovvia risposta: ” …se non hai imparato qualcosa da quella, dai tuoi titoli sei più o meno come gli altri. Per noi vale molto e incitiamo i nostri giovani medici a farla”.

Punto e a capo: nuova trasferta, grazie anche ad un dirigente che mi appoggia e mi dice che per il mio entusiasmo è meglio che me ne vada a cercare qualcosa fuori. Ho visto come gira il mondo: ora ovviamente l’Italia mi sta stretta. Dopo un mese mi vengono riconosciuti cinque anni di anzianità lavorativa e adeguati allo stipendio (che era base all’inizio, ma ci stavo pur di cambiare). Dopo sette mesi raggiungo il grado massimo di Consultant vincendo una seconda interview. Con quella carica nel curriculum applico quasi per caso per diventare Surgical Advisor (Coordinatore centrale, in soldoni) di una delle maggiori ONG internazionali che lavora in quei famosi Paesi in Via di Sviluppo. Ottengo il posto (dopo le ovvie interviews, che nel resto del mondo sono dei colloqui in cui ci si parla da uomini, in cui non serve studiare ma solo essere se stessi, dove tutti ti guardano con curiosità e ammirazione e non sono lì per tirarti addosso badili di letame se non ti ricordi l’esatta definizione di” budget”). Ci avevo provato un anno fa dall’Italia e non mi avevano nemmeno risposto che ” … ci dispiace, ma in base alle sue caratteristiche e malgrado l’ottimo CV non è stato selezionato per la fase successiva”.

Non ho ancora chiesto perchè se mi presento come un professionista che lavora in UK la mia esperienza africana conta molto, mentre se mi presento come italiano non mi considerano: è uno spunto che, se visto da fuori, fa meditare.

Eppure noi italiani presi singolarmente piacciamo molto, ve lo garantisco, non so come ma veniamo stimati tantissimo a tutti i livelli… e ne avete le prove in ogni vostra storia. Ma allora cosa cavolo succede? Forse è il concetto di Paese in via di sottosviluppo“.

MARIO

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