Radio24 | Il Sole 24 ORE

Nati con la Camicia?

Perché i nostri giovani scappano? Al di là di trattati filosofici e tomi sociologici basterebbe leggersi la lettera che ci ha inviato qualche settimana fa Raen, co-fondatore del progetto “Nati con la Camicia”. Un progetto imprenditoriale, che come altri mille giovani progetti imprenditoriali ha finito col confrontarsi con una tale serie di ostacoli strutturali, da far perdere la pazienza. Nel frattempo Raen e Giampietro sono partiti per New York: contiamo di tenervi aggiornati sulla loro scommessa di espatrio nelle prossime settimane, via blog o programma radio:

“Mi fa piacere scriverle due righe sulla nostra storia: siamo Raen e Giampietro, due amici di 23 anni che un anno fa, terminati gli studi, decidono di aprire un marchio.

Le assicuro che andare a fare gli stagisti, anche se miseramente retribuiti, sarebbe stato più facile di imbarcarsi da zero su un progetto che -a distanza di un anno- non ci da’ ancora 1euro da mettere in tasca.

Siamo partiti con due soldi e con tanta voglia di dimostrare di poter valere qualcosa e di saper fare “impresa”, vista anche la nostra inesperienza.

A febbraio 2011 ci laureiamo: un mese dopo apriamo partita Iva. A giugno siamo a Firenze ad esporre al Pitti, alla sezione New Beats.

Dopo vari “no”, che abbiamo detto a degli showroom che ci hanno proposto un contratto da sciacalli, abbiamo deciso di arrangiarci da soli nel seguire, oltre alla parte relativa alla produzione, anche quella commerciale. Ora abbiamo una trentina di negozi (in conto vendita con pagamento a 90 giorni a fine mese) che ci siamo creati da soli alzando la cornetta e chiamando negozio per negozio.

Per il momento i soldi che ci mettiamo in tasca mensilmente sono pari allo zero, perchè non riusciamo ancora ad avere guadagni sufficienti. Appena incassiamo re-investiamo in produzione, pagamenti: commercialista, INPS, fornitori ecc..

A marzo andremo a NY per dieci giorni. Obiettivo non è una vacanza, ma appuntamenti su appuntamenti con showroom, per trovare una distribuzione e per mettere un ponte che ci permetta di andare a vivere lì, lavorando magari da camerieri per mantenerci, ma portando avanti in simultanea anche un piccolo sogno di vita/lavorativo.

Qui ci sono zero prospettive, zero incentivi: le banche non finanziano. Soprattutto, la cosa alla quale mi sento di dire un profondo NO è la mentalità con la quale stanno crescendo i miei coetanei. E cioè, con la consapevolezza che per comprare la macchina o per andare in vacanza dovranno fare un finanziamento. Io non ci sto a questo stato triste e apatico delle cose, e mi impongo a trovare una via d’uscita a questa penosa situazione. Il modo più sensato e logico è quello di andare via da questo Paese. Non dico certamente che l’estero sia un paradiso, ma di sicuro concorderà con me questo concetto: se in Italia mi impegno per seminare 10 raccoglierò sì e no 2. Se all’estero mi impegno per seminare 10 raccoglierò molto più che in Italia.

Tralascio le mancate risposte dei responsabili acquisto dei negozi, che non si degnano nemmeno di risponderti con un semplice “sì” o “no”, e i campioni persi (sempre da parte di questi ultimi), che noi abbiamo lasciato nelle loro mani per riflettere sul possibile ordine o meno (la maggior parte di volte parliamo di conto vendita!)”

RAEN

Commenta per primo

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.