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“Cosa possiamo fare?”

Domanda amletica, che ci rivolge con passione ed enorme voglia di cambiamento la nostra ascoltatrice Arianna. Una lettera bellissima, scritta di getto, e inviata altrettanto rapidamente, che pubblichiamo integralmente.

Aiutiamola a rispondere a questa domanda. Scriveteci, e scrivetele, via Facebook (sezione Commenti) e a: giovanitalenti@radio24.it

Buona lettura!

Sergio Nava, scrivo di getto, dopo aver sentito “Giovani Talenti”.

Come sai, apprezzo molto il tuo lavoro e ti stimo. Ogni volta che ascolto la tua trasmissione mi viene un po’ di depressione a sentire, anzi, ri-sentire, quei dati che ben conosco ma che snocciolati uno accanto all’altro, così, velocemente, vestono con ancor maggior forza il loro dramma.

Ma soprattutto mi dico: cosa potrà succedere? Nel senso: i due effetti principali che intravedo del lavoro di chi come te e, a mio modo, come me, denunciano questo dramma silente che si sta svolgendo sotto i nostri occhi, sono che il ragazzo bravo, capace, coraggioso, con le spalle un po’ coperte prende e se ne va. Quello meno attrezzato si rassegna a una vita con poco o zero futuro in Italia. E si rattrista, se non si deprime. Per forza.

E allora il resto vien da sé: tu, io e altri documentiamo tutto questo. Con la tua trasmissione, il blog, la pagina Facebook… documenti, informi, sensibilizzi in modo grandioso. Ma mi chiedo: cosa possiamo fare di fronte a tutto questo? Qual è il passaggio successivo da compiere, prima che arrivi un nuovo e probabilmente molto più pericoloso ’68, dai risvolti drammatici e violenti? Abbiamo già dimenticato quanto accaduto a Londra… Cosa possiamo fare?

Come possiamo eleggere dei rappresentanti reali di queste istanze? Che le considerino davvero la priorità per le singole vite e per il Paese stesso? 

Perché il problema nella mia coscienza sta qui: qual è il passaggio successivo dell’informazione documentata, della consapevolezza, che non abbia delle derive pericolose… e anzi le prevenga? 

COSA POSSIAMO FARE?

Io ho un lavoro fisso a tempo indeterminato dall’anno scorso. E so dal giorno della firma, nonostante mi sia guadagnata tutto, di essere fortunata. E ogni volta che sento un amico, coetaneo o giù di lì, che ha perso un lavoro o non lo trova, e non ha prospettive almeno nell’immediato, mi chiedo questo: cosa posso fare, al di là di condividere la mia fortuna come posso? 

Abbiamo bisogno di un cambiamento politico, ma prima di tutto culturale. Ieri ho avuto davanti agli occhi un episodio lampante. Incontro su uno spettacolo teatrale molto riuscito, animato, di fatto, sì dall’Attore noto, anziano, famoso (e bravo per carità), ma soprattutto da un gruppo di giovani bravissimi, preparati, che hanno in mano l’intera serata. Gli attori sono lì, seduti in disparte. In cattedra un paio di professori non più giovanissimi e un paio di moderatori a mezza strada: tutti bravissimi, competenti, interessanti non lo discuto. Che iniziano a introdurre l’incontro con date, dati, informazioni, interpretazioni… Introdurre??? 2 ore di fila! I ragazzi sempre in disparte, senza avere la possibilità di dire alcunché. Quando uno l’ha fatto, subito è stato fermato dal tavolo: “Si certo, però io volevo anche aggiungere che…”, e anche quando sono stati chiamati in causa direttamente, “no, però, magari finiamo il giro di tavolo”: precedenza al Professore. Risultato: sono i protagonisti e lo saranno sui palchi futuri, ma non hanno potuto proferir parola. Perché così funziona! Perché così tutti si aspettano: ma con l’idea che si farà dopo, il dopo diventa ora e non è cambiato niente. Sono delusa da me stessa per non essermi alzata e aver detto: “ma non possiamo sentire loro, che sono qui come voi? Sono loro i protagonisti di questa storia, sono loro che la faranno domani. Voi avete dato il meglio che potevate dare.

Ora il vostro compito è passare quello che avete dato e avete fatto, e lasciare che siano altri a proseguire la strada, seppur con il vostro sostegno. Le parti devono essere invertite: i giovani al tavolo centrale e voi di lato a suggerire, accompagnare, sostenere, arricchire quanto detto, fatto, creato dai trentenni di oggi.

Ogni volta che ne ho l’occasione in presentazioni o discorsi, prendendo spunto da Alessandro Rosina, cito questi dati: Bob Dylan ha scritto “Blowing in the wind” a 21 anni; Roberto Saviano “Gomorra” a 27; Giuseppe Mazzini (anche se erano altri tempi) ha fondato la “Giovine Italia” a 26, come a 26 anni Orson Welles ha girato “Quarto potere”;  Steve Jobs ha creato la Apple Computer a 21; Walt Disney ha scoperto Topolino a 27 anni; Bruce Springsteen ha pubblicato “Born in the USA” a 35 anni. L’età modale dei premi Nobel è 35 anni. Per dire che la giovinezza è quella fase della vita in cui esplodono conoscenza, creatività, curiosità, sogno, indipendenza, ambizione, intraprendenza, coraggio… È compito di noi adulti creare le condizioni perché ciò abbia spazio.

Di fronte a questi pochi dati, dobbiamo renderci conto che stiamo rubando pezzi di vita agli individui, insieme al futuro e alla crescita del Paese. E le due cose non sono possibili, l’una senza l’altra. 

Non possiamo avere 12enni che si fanno di eroina (ebbene sì, ci sono) o vedere che l’abuso dell’alcol è in crescita esponenziale tra i giovani. Io non ho mai fumato né bevuto (che noia, si dirà), e non demonizzo alcun consumo legale. Ma l’abuso e l’autodistruzione sì. Soprattutto se la leggo come la risposta disperata ad una vita che ha perso senso. Che cosa può fare un ragazzo, se ha di fronte un futuro finito ancora prima di cominciare? Come può sentirsi? Che entusiasmi può provare se si sente dire che il suo studio non servirà, il suo merito nemmeno, il suo lavoro sarà deciso da altri, a prescindere dalle sue competenze? Se è destinato a vivere in un mondo sempre più inquinato e inospitale? Per cosa può desiderare di battersi e lottare? Una società senza prospettive è una società senza speranze. E una società senza speranza rende vuota la vita… e quindi perdibile. 

Un uomo senza speranza è un uomo senza sogni, un uomo che ha la vita svuotata e non ha nulla da perdere: e non c’è niente di più tristemente potente del non aver nulla da perdere. “Meglio una fine spaventosa, che uno spavento senza fine”, ho letto una volta.

Io credo nei giovani e credo nel futuro. Credo che siano l’unico bene per cui valga la pena impegnarsi. Il mio lavoro lo faccio anche per questo: credendo nell’istruzione, nell’educazione, nella testimonianza dell’esempio, nella conoscenza e nell’arte (per me luogo di incontro tra l’uomo e Dio) come vie per nobilitare presente e futuro, e darvi un senso. 

Secondo me costruire speranza e ridare futuro a questo Paese vuol dire ridare un motivo per impegnarsi, per vivere, per investire la vita e non lasciare che sia investita. 

Dunque, ancora una volta ti chiedo, mi chiedo e lo chiedo a tutti: che cosa possiamo fare?”

ARIANNA

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