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La speranza è l’ultima a morire… Anche in Italia.

A volte arrivano e-mail che non ti aspetti, come quella di Federico. Federico ci aveva inviato lo scorso ottobre una e-mail abbastanza sconfortata (“Qui o fuori? Fuga, fuga, fuga!”). A distanza di pochi mesi ci ha ricontattati, per lanciare un messaggio di speranza ai nostri ascoltatori e lettori. Partendo dalla sua storia personale, che vi consiglio di leggere.

Un piccolo barlume di speranza, in tempi difficili. Sul gruppo “La Fuga dei Talenti” di LinkedIn i messaggi di chi è partito o sta partendo per l’estero sono -dobbiamo ammetterlo- in crescita esponenziale. Un vero e proprio boom.

Ma la storia di Federico rappresenta un bell’esempio di controtendenza: 

Ciao Sergio,

ci eravamo sentiti ormai otto mesi fa, e a questo punto mi sento in dovere di aggiornarti sulla mia carriera lavorativa, quantomeno perché in totale controtendenza rispetto a ciò che “si racconta in giro”.

Breve riepilogo delle puntate precedenti: ho conseguito la Laurea Magistrale in Fisica nel luglio 2011, a 23 anni, a Trieste, laureandomi con il massimo dei voti nei minimi tecnicamente possibili.
Nel settembre 2011, quando ci eravamo sentiti, dopo un mese e mezzo trascorso a inviare CV, ero di fatto “disoccupato” e senza proposte concrete.

Da lì a poche settimane, in realtà, già era cambiato un po’ tutto. Primo, per una proposta di dottorato alla mia portata e abbastanza interessante. Secondo, per una proposta di stage presso Siemens IT, a Milano.

Il dottorato l’ho escluso, perchè trovo che la ricerca accademica sia eccessivamente autoreferenziale. Ma soprattutto, avendo passato il colloqui con Siemens IT, nell’arco di una settimana mollo tutto nel mio amato Friuli e mi trasferisco a Milano. Inizio lo stage ai primi di novembre.

Durata dello stage: 6 mesi. A inizio maggio ricevo una proposta di assunzione a tempo determinato, finalizzata al tempo indeterminato. Visto che lo stipendio è buono, accetto di buon grado.

Non che la vita  a Milano sia stata semplice nei 6 mesi di stage. Al lavoro 11-12 ore al dì, talvolta anche di sabato, niente amici, né vita sociale di alcuni tipo, al massimo qualche pedalata domenicale su suolo elvetico. Però al lavoro noto da subito un’enorme soddisfazione di capi e colleghi nei miei confronti, che mi spinge a dare sempre il massimo senza contare le ore trascorse in ufficio. Non che avessi quella gran fretta di rincasare: con 700 euro al mese mi sono potuto permettere una stanzetta a Quarto Oggiaro, visto che i prezzi degli affitti in città sono inavvicinabili, e ti assicuro che è un quartiere piuttosto angosciante.

Il lavoro in Siemens IT non è però ciò che volevo. Non è un lavoro da fisico, semmai da programmatore o da ingegnere informatico. Quindi non mi fermo: passo il (poco) tempo libero a mandare decine di CV, scrivere  altrettante lettere di presentazione, studiare l’inglese per perfezionarlo.

Un mese fa ottengo così due proposte alternative: una, presso una splendida azienda di componentistica ottica per l’automazione industriale di Mantova; l’altra, presso il Centro di Ricerche Avanzate di una delle più note multinazionali di elettrodomestici presente sul nostro mercato, con una sede in Friuli.

In entrambi i casi le selezioni sono pressanti: svariati colloqui sia in giro per l’Italia, sia via Skype in collegamento con Brasile e Polonia; sia per telefono. Colloqui da organizzare al di fuori di un orario di lavoro che già copre pressochè tutta la mia giornata. Un centinaio di candidati per entrambi i posti.

Non cedo, insisto, affronto i colloqui con la massima tenacia di cui sono capace.

Una settimana fa, mi comunicano che sono uno dei 2 candidati tra i quali l’azienda di Mantova sceglierà chi assumere. L’altro ieri, ho la conferma dell’assunzione presso il Centro di Ricerche Avanzate. Appena comunico all’azienda di Mantova il ritiro della mia candidatura, deciso ad accettare l’altra proposta, questa mi chiede la promessa di risentirci entro un anno, perchè sono comunque interessati al mio ingresso in azienda.

Appena comunico al mio Capo in Siemens IT il mio imminente licenziamento, ricevo congratulazioni per il lavoro svolto in questi mesi, e un invito a farmi sentire qualora decidessi di tornare a lavorare da loro.

Cosa voglio dire con tutto ciò?

La mia situazione attuale potrebbe sembrare addirittura “fuori dal mondo” nell’Italia di oggi: a 24 anni, oltre a essere laureato in Fisica da quasi un anno, ho tre diverse aziende pronte ad assumermi, tutte e tre in Italia, con stipendi più che decorosi. Ma il punto è: io non sono un genio, anzi mi ritengo un po’ meno furbo della media. Non ho nessuna dote particolare, anzi ammiro tanti coetanei oggettivamente più svegli di me.

Ma voglio dire a tutti di credere nelle proprie ambizioni, di insistere, di crollare e risorgere, di essere ambiziosi. Vedo tanti ragazzi che mandano qualche decina di CV, e non ricevendo risposte si scoraggiano e rimangono con le mani in mano. Magari con dei genitori pronti a difenderli perchè “in Italia i giovani non li assume nessuno”.

Io di CV, da quando mi sono laureato, ne ho mandati oltre 300. E nessuno è stato sprecato. Ho fatto vari colloqui, buoni e meno buoni, a volte uscendo davvero “con le ossa rotte”.

L’unica cosa buona che ho fatto, è non essermi fermato mai.

Tutto rose e fiori quindi? No, assolutamente.

Inizierò a lavorare nel Centro di Ricerca a metà giugno, temo di non esserne all’altezza, non so cosa accadrà. Ma questo fa parte del gioco.

Più serio invece è il tema di ciò a cui, in 5 anni di università e uno di lavoro, ho dovuto rinunciare per arrivare dove sto (forse) arrivando.

Non ho una ragazza nè ne ho mai avuta una: tra studio e lavoro, di tempo extra non ne rimane. E una morosa di tempo ne richiede davvero troppo.

Non ho veri amici, perchè non ho mai avuto tempo da dedicarci. In pratica, un buon lavoro mi è costato la vita sociale.

Nè è valsa la pena? Non so. Forse no. Anche perchè non tutto si può recuperare”.

FEDERICO

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