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Cosa mi convince a restare in Italia…

“Giovani Talenti” si fa punto d’incontro e di scambio di idee, anche contrapposte. Idee che ci aiutano a capire, a interrogarci, e -perché no?- a provare a trovare una via d’uscita dalla difficile situazione in cui si trova un’intera generazione, troppo spesso costretta ad emigrare. Alla lettera di Paola, emigrata fino nella lontana Finlandia, che abbiamo pubblicato una settimana fa, risponde a breve giro Alessandro. Con un punto di vista solo in apparenza opposto. Buona lettura!

“Mi chiamo Alessandro, ho 27 anni. Scrivo questo “feedback” in risposta alla lettera di Paola, 27 anni,  “Cosa mi avrebbe convinto a restare in Italia”.

Normalmente nella rete leggo, penso ma non rispondo mai direttamente -ma questa volta è diverso.

I miei nonni hanno vissuto la crisi e la crudeltà della Seconda Guerra Mondiale, mentre i miei genitori hanno vissuto la seconda parte del ‘900 -con i suoi pro e contro. Da come mi raccontano, la vita è sempre stata segnata da sacrifici e di duro lavoro, anche nel ventennio d’oro (1980 – 1999). Fortunatamente la Provvidenza (per fare una citazione manzoniana) ha sempre aiutato a superare questi momenti difficili.

Siamo nel 2000, ma non dimentichiamoci come e chi eravamo 50 anni fa: la crisi che stiamo vivendo non è la crisi (= FAME) vissuta dai miei nonni o dai miei genitori. La nostra crisi è un blob di cui non conosciamo nè la sostanza nè la data di scadenza.

Scrivo questo perché OGNI volta che sento parlare di ITALIANI (giovani in particolare) che vanno all’estero mi duole il cuore e provo un senso di rabbia: sembra quasi che il Paese dei balocchi sia oltre le Alpi e che qui ci siano solo indifferenza e raccomandazioni. Sarà perché i media ci fanno ascoltare una sola campana?

Non tutti possono fare i ricercatori, come non tutti possono fare i piloti di aerei o gli astronauti.

IO DICO: RESTIAMO IN ITALIA PER CAMBIARE LE COSE!

Impariamo a lavorare (con professionalità), a proporre nuove idee e soprattutto a fare squadra! La vera malattia dell’Italia è la divisione: siamo una nazione unita prima dalla grammatica e poi dalla politica, e questo ci ha sempre penalizzato. Che sia la legge del contrappasso romano “divide et impera”?

Bisogna anche iniziare a smontare i “miti” del “POSTO FISSO DOPO IL PEZZO DI CARTA”. Siamo veramente in grado di produrre (tramite un lavoro o un servizio) dopo anni passati dietro ai libri? Mettiamoci nei panni degli imprenditori o delle istituzioni: il diploma o la laurea è solo un punto di partenza.

Io credo all’Italia e a chi ci vive, viviamo in un periodo storico in cui le idee e la voglia di fare contano ancora più di prima.

Spero che chi va all’estero un giorno torni per proporre e portare le proprie esperienze, mentre chi rimane -spero- non si fermi solo a lamentarsi per quello che non funziona…”

ALESSANDRO

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