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L’unica speranza: la “rivoluzione” degli espatriati

Non è una lettera, quella che ci invia il nostro ascoltatore Alessandro. E’ un manuale sul perché l’Italia viva una emorragia costante di giovani talenti. Un manuale sul perché questo non sia un Paese da “primo mondo”, quando parliamo di valorizzazione delle giovani professionalità, dal background internazionale. Ma sia già scivolato, da anni, nelle retrovie. Leggetela fino in fondo, per favore…

Twittiamo con #sialtalento #noairaccomandati – @fugadeitalenti

“Mi chiamo Alessandro, scrivo dalla provincia di Bergamo. Ho da poco compiuto 36 anni e ne ho passati 12 all’estero.

La mia carriera professionale è iniziata nel 2001, a Madrid, lavorando per il Ministero di Educazione e Cultura, mentre completavo gli studi di Dottorato in Scienze della Comunicazione. Nel 2005 mi sono trasferito a Londra, dove ho proseguito con gli studi in comunicazione visuale e fotografia presso il Central Saint Martins, lavorando nel frattempo per un’agenzia fotografica, come Picture Editor e Fotografo.

Dal 2007 al 2010 sono stato assunto dalla BBC, con il compito di sviluppare campagne marketing e comunicazione visuale per svariati programmi TV, Radio e Online. Sempre per la BBC, ho lavorato anche all’intero re-branding di BBC Radio1 – 1Xtra – Radio 2 – Radio 6Music.

Sono rientrato in Italia nel 2010, accettando una proposta di lavoro che si è rivelata un flop. Da quasi due anni, mio malgrado, mi sto occupando di tutt’altro, sempre qui in Italia.

Il motivo per cui vi scrivo non è tanto per raccontare la mia storia, quanto per offrire spunti di riflessione su cosa induca un “espatriato” a tornare in Italia e su cosa possa aiutarlo a restare.

A mio parere, le storie degli espatriati possono avere dei punti in comune. Si inizia con un Erasmus, un master o un dottorato e passo a passo, grazie a un duro lavoro, qualcuno può riuscire a ricoprire ruoli di responsabilità in aziende di prestigio.

Vicende personali a parte, a spingere gli espatriati verso la partenza sono l’ambizione, la curiosità, la determinazione, la capacità di adattamento e la voglia di vedersi realizzati. Ma la cosa che forse più li accomuna e li motiva ad andarsene dall’Italia, è il bisogno di risultati tangibili, ottenuti con i frutti delle proprie esperienze e capacità.

Una volta all’estero, molti di loro si ritrovano, con un certo stupore, incanalati in un processo estremamente trasparente, semplice e concreto.

Per quasi tutti – memori dei casi italiani, per cui anche un semplice colloquio suscita spesso nel candidato dubbi sulla linearità della scelta in base al merito, farraginoso insomma – è un’esperienza completamente nuova, che non lascia spazio a trucchi di alcun tipo.

Con molta semplicità, gli espatriati si rendono conto che il loro lavoro, qualunque esso sia, contribuisce in modo tangibile al miglioramento, oltre che di loro stessi, del Paese in cui si trovano. Paese consapevole della risorsa che questi ragazzi rappresentano e che dà loro la giusta considerazione per ciò sanno fare e producono.

Raggiungere obiettivi e realizzare i propri sogni non è tutto. Nonostante le soddisfazioni personali, permane una certa inquietudine. L’espatriato deve fare i conti con un qualcosa che ha dentro. Non è la nostalgia di casa, anche se quella c’è sempre, è ovvio. È uno stato d’animo diverso, complesso. È il prodotto di più sentimenti, ma che sostanzialmente sono: frustrazione, disillusione e rabbia. 

Questi sentimenti nascono dal sapere di essere lontani a dare il meglio di sé per un Paese che spesso già funziona, mentre si vede il proprio che arranca. Nascono dal non poter tranquillamente lavorare Italia con la semplicità con cui lo fanno i colleghi Inglesi, Americani, Olandesi o Tedeschi nel proprio Paese. E infine frustrazione e rabbia nascono dal ritardo che l’Italia sembra aver accumulato in molti settori: svariate professioni si reggono malamente in piedi, se confrontate con le corrispettive in paesi esteri, basandosi su concezioni e pratiche obsolete, che non danno spazio a nulla di nuovo.

Ma spesso funziona che questa inquietudine è tale da indurre tanti espatriati a tornare. Si tratta di ragazzi e ragazze preparati, pieni di entusiasmo. Persone che si sono messe in gioco, che hanno saputo adattarsi a sistemi complessi, che hanno dimostrato di poter competere ad alto livello e che hanno raggiunto obiettivi.

In Italia, però, ad aspettare il ritorno di questi giovani volonterosi ci sono enormi difficoltà.

In tanti rifanno le valige e ripartono appena possono.

Quella della “fuga” è una questione nota, ma i risultati che si stanno ottenendo per arginarla, io credo siano scarsi. Se vogliamo che i nostri talenti mettano a disposizione del proprio Paese le loro capacità, bisogna offrire qualcosa di più. Non si può pensare che un po’ di sgravo fiscale possa essere sufficiente per cambiare le cose. Ovviamente sarebbe necessario investire molto di più nelle risorse lavorative, naturali, culturali e sociali del nostro Paese.

Un altro nodo a mio avviso problematico, è quello della formazione.

Ma bisogna essere realisti, probabilmente nessuno darà mai ai nostri talenti ciò che cercano davvero e che hanno trovato altrove. Spesso non sono reinseribili perché le loro competenze non sono richieste in un Paese che da anni pare vivere in una scatola chiusa e sembra aver perso la bussola circa la direzione cui stanno spingendo i settori più avanzati che si sono formati recentemente.

In Italia agli espatriati non resta che venire a patti con l’unico sistema sbagliato che c’è.

Il nostro Paese non si può permettere il lusso di tenere i suoi giovani fermi, nell’attesa che qualcosa cambi. Perché cambiare con le condizioni di oggi non è possibile in tempi brevi. Aspettare, paradossalmente comporterebbe che i nostri giovani diventeranno “troppo vecchi” prima di poter dimostrare ciò che sanno fare.

La soluzione potrebbe essere ispirata e fornita proprio dai nostri giovani: se sapranno utilizzare al meglio tutto quello che hanno imparato, forse riusciranno a convertire la realtà dell’Italia di oggi in quella di un paese internazionale che ispiri talenti e che dia opportunità a chi ha il coraggio di mettersi in gioco”.

Un esempio per dimostrarlo: chiunque può prendersi la briga di paragonare una qualunque “job description” per un’offerta di lavoro in Italia con una equivalente negli USA o in UK. Ammesso che ci sia realmente una posizione aperta perché, ripeto, come ben sappiamo da noi il processo è molto opaco, nel 90% dei casi la descrizione all’estero richiederà competenze che in quella italiana non vengono nemmeno citate. Per esempio chi ha avuto l’opportunità di formarsi prima in Italia e poi all’estero ha constatato quanto più professionalizzante e applicato sia l’insegnamento. Le università hanno la priorità di formare professionisti che sappiano risolvere i problemi concreti dei loro settori specifici. Non quelle difficoltà che nascono dal partire da zero o dall’affrontare le sfide quotidiane delle loro professioni. Le difficoltà stanno nel trovare una reale sfida possibile”.

ALESSANDRO

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