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China Update – Come cambia l’emigrazione in Estremo Oriente

Tornano con noi Silvia Sartori, manager italiana in Cina, ed Emanuela Verrecchia, avvocato specializzato in proprietà intellettuale (anche lei in Estremo Oriente).

Entrambe, seppur in periodi diversi, sono state ospiti di “Giovani Talenti”: per un caso molto interessante, ora lanciano in contemporanea da Shanghai un avvertimento comune.

Potremmo riassumerlo così: la Cina è ancora una “terra promessa”? Sì… ma facciamo anche attenzione.

Queste le lettere di Silvia Sartori ed Emanuela Verrecchia: consiglio una lettura molto attenta.

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Come cambia l’emigrazione in Cina

di Silvia Sartori

Caro Sergio,

trovo interessanti le tue considerazioni sull’evoluzione del processo di esodo giovanile dall’Italia, anche perche’ io – qui dalla Cina – tocco meno con mano il “flusso di partenza” e vedo piuttosto l’altro lato del fenomeno. In effetti dall’inizio dello scorso ho notato in Cina un “arrivo di massa” di giovani (e meno giovani) italiani (ma anche spagnoli ad esempio): figure dal profilo professionale piu’ svariato, provenienti dal Meridione come anche dal Centro e dal “ricco Nord”, accomunati tutti dalla voglia, spesso tinta a disperazione, di crearsi un futuro, e un orizzonte, diversi da quelli che sembra riservare loro il “buco nero” italiano (e in parte europeo).

Moltissimi di loro – che siano freschi di studi o abbiano gia’ piu’ d’una decina d’anni di lavoro alle spalle – arrivano veramente con nulla di concreto per le mani, tanto meno certezze, e sembrano disposti a rischiare il tutto per tutto perche’, stando a quanto dicono, da perdere hanno comunque poco. Anzi, potenzialmente hanno solo da guadagnarci. Ho conosciuto casi di chi ha persino abbandonato un impiego fisso (beh, nella misura in cui di questi tempi si possa usare quell’aggettivo in Italia) per venire a tentare la sorte qui, pur non avendo, appunto, nessuna offerta di lavoro confermata, all’arrivo in lande cinesi.

Di conseguenza, e’ cambiato il profilo dello ‘straniero tipo’ in quel di Cina: e’ aumentato notevolmente il contingente di giovani stranieri (con conseguente aumento della concorrenza tra stranieri per avere un buon impiego in Cina) e, soprattutto per me, molta della “magia” del viaggio in Cina e’ andata perdendosi, perche’ ormai non arriva piu’ (solo) quella sorta di “pionieri” che qui vengono per interesse per la Cina/l’Asia. Sempre piu’ numerosi, invece, sono coloro che vengono qui per “provare la fortuna”, non riuscendo a trovare null’altro altrove, e continuando a confidare nel “miracolo economico cinese”.

Da un anno mezzo a questa parte, mi capita anche, sempre piu’ di frequente (l’ultima volta proprio ieri), di ricevere email e curricula da perfetti sconosciuti italiani. Mi scrivono, con appelli piuttosto accorati, alla ricerca di un aiuto, di un consiglio o di un qualche contatto, per sapere se e cosa possano aspettarsi di trovare in Cina.

Insomma, la Cina pare confermarsi sempre piu’ quello che l’America era all’inizio del Novecento. Shanghai come una novella New York

Cio’ detto, la situazione si sta facendo meno semplice e rosea anche in Cina, come era inevitable succeddesse: la crisi economica non poteva non generare contraccolpi per l’economia cinese, i consumi interni non crescono come si sperava, agli stranieri – sempre piu’ numerosi, appunto – e’ (giustamente) richiesto un grado di specializzazione via via crescente, ecc.. Cio’ malgrado, personalmente, continuo a credere che sia giusto ‘scommettere’ sulla Cina, e sull’Asia in genere. In Occidente, tutto continua a sembrarmi difficile e complicato e, per certi versi, anacronistico, mentre in Asia continuo a respirare grandi dosi di ottimismo e di investimento positivo nel futuro, a dispetto di difficolta’ contingenti. Forse mai come ora posso dire di avvertire la cerniera tra “il mondo del passato” (l’Occidente) e “quello del futuro” (l’Asia), e lo dico in parte con amarezza perche’ con altrettanta chiarezza mi rendo conto che, almeno nel caso italiano, c’e’ bisogno che cambi veramente molto, prima che si possa ripartire. E quello che deve cambiare – e qui sta, secondo me, l’aspetto drammatico – e’ qualcosa che per sua natura non puo’ cambiare “overnight”.

Apro, infine, una parentesi: questi giorni stavo sfogliando il numero di gennaio del mensile inglese di Shanghai (“That’s Shanghai”) che, tra le altre, pubblica questo mese un “identikit” dei corrispondenti in Cina delle principali testate internazionali. Non ho potuto non sorprendermi al constatare come giornali quali “The Wall Street Journal”, “The Guardian” e “The Daily Telegraph” abbiano corrispondenti di, rispettivamente, 35, 37 e 33 anni. L’eta’ media dei corrispondenti descritti nell’articolo e’ di meno di 40 anni.

Ancora una volta, mi sembra uno scenario piuttosto diverso dal corrispettivo italiano medio …

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Espatriare aiuta sempre a trovare un lavoro? Non illudiamoci troppo.

di Emanuela Verrecchia

Caro Sergio,

ho letto il post in cui scrivi come nel 2011 siano stati circa 7000 i giovani professionisti qualificati emigrati dall’Italia, contro soli 3234 che sono rientrati.

Tu che hai il microfono dalla parte del manico, perché non comincia ad analizzare anche questo fenomeno? Chi ritorna in patria? Ritorna perché si è realizzato? Perché gli manca casa? O più banalmente perché è costretto dal fatto che non ha trovato niente di meglio? 



Vivo a Shanghai da cinque anni: ci sono arrivata in un contesto ben diverso da quello attuale. Nel 2008, la Cina non era una “moda”, era considerata un Paese disagiato, chi ci andava era salutato quasi come un eroe e ricoperto di benefit, in aggiunta ad uno stipendio doppio o triplo rispetto a quello percepito in patria.

Ora non è più così, almeno qui, e credo che sia abbastanza simile in altri Paesi che sono stati una tradizionale destinazione per i cervelli in fuga. 



Io sono gratificata dal mio lavoro, sia a livello professionale che umano. Sono avvocato, faccio Proprietà Intellettuale e anticontraffazione (quale Paese migliore della Cina?), l’ambiente è certamente stimolante, dinamico, le cose si muovono, i risultati ci sono.

Ho amato la Cina per molto tempo, l’esperienza in Asia mi ha aperto un mondo che prima non conoscevo, ma forse ora covo un sentimento ambivalente per il mio Paese ospite. Perché, se apprezzo quanto in fretta il Paese cresce, spesso il prezzo che si paga è alto, anche solo per il fatto – non di poco conto – che è molto inquinato (aria, acqua, alimenti…) e a 15 ore di volo da casa, nel caso si abbia un’emergenza familiare da gestire. 



Proprio in questi giorni, sul mio gruppo di discussione, ITALIANI IN CINA, rispondevo ad una neolaureata che lamentava come in Cina le offerte di lavoro per i giovani sarebbero quasi esclusivamente stage non pagati, mentre lei aspirerebbe ad uno stipendio, “normale” + assicurazione medica ed un volo pagato per rientrare a casa una volta all’anno. 



Sento di tanti neolaureati, anche in università italiane prestigiose, che sono venuti a studiare qui per la doppia laurea, e lavorano per 500-600 euro al mese (che a Shanghai non bastano nemmeno per vivere in modo dignitoso). Molti non trovano nulla, o il classico stage gratuito.

Il punto è che la crisi, i licenziamenti e i tagli di stipendio che ne sono conseguiti in questi ultimi anni hanno fatto sì che neolaureati spesso inesperti competano con manager stranieri cinquantenni, tecnici che si sono trasferiti in Cina anni fa, imprenditori falliti… per non parlare del mercato del lavoro locale che sta migliorando (i laureati cinesi parlano sempre più spesso l’inglese, non richiedono assicurazioni e voli di ritorno a casa, a livello pratico sono spesso più utili di un neolaureato italiano per un datore di lavoro (anche italiano). 



Proprio ieri, un’amica headhunter di Shanghai mi diceva che, in un recente incontro tra aziende italiane e neolaureati, il 98% delle richieste era rivolto ai giovani cinesi.

Vorrei anche ricordare ai neolaureati che sognano di venire a lavorare in Cina, che, dal 2012, se non si hanno almeno due anni di esperienza lavorativa, non è possibile avere il permesso di lavoro. E non solo è richiesta un’esperienza lavorativa qualunque, ma deve essere coerente con il lavoro che si intende svolgere in Cina. Ad esempio: se ho lavorato per due anni come commessa, non posso far valere questo tirocinio per lavorare in Cina come insegnante di italiano o come impiegata nella logistica. Presentare false dichiarazioni al riguardo, espone a sanzioni molto alte il datore di lavoro, che quindi non è affatto incoraggiato dall’assumere in questi casi.

Per concludere, penso che sarebbe interessante, se non lo hai già fatto, raccontare anche le storie di espatri che non sono stati coronati da successi professionali, perché queste storie sono tante e vanno -ahimè- aumentando.

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