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Lettera da un emigrato che ha provato a tornare… ed ha fallito

Ha scelto di raccontarsi in terza persona il nostro ascoltatore Andrea, neoemigrato negli Usa. Ha raccontato la storia della sua vita. Si arriva in fondo a queste righe con la voglia di dimettersi da italiani. Perché non è possibile che questo sia un Paese così incapace. Incapace di guardare al futuro, incapace di capire che è investendo sui giovani qualificati che si pianificherà una crescita. O una ripartenza.

Vi lascio alla lettera di Andrea, che inviteremo nei prossimi mesi a “Giovani Talenti” per raccontarvi on air la sua storia. Leggetela fino in fondo, se  riuscite. Resistete, se potete, alla tentazione di andarvene dall’Italia ancor prima di essere arrivati all’ultima riga…

Tra i grattaceli di Londra, Hong Kong e New York, con il Friuli nel cuore.

Lettera da un emigrato che ha provato a tornare, ed ha fallito.

Andrea è un ingengere di 31 anni , nato e cresciuto a Udine, emigrato due volte dal Belpaese. La prima volta in cerca di esperienza, la seconda in fuga da una nazione che, allo stato attuale, non gli ha offerto quello che poteva trovare altrove.

Già perito industriale, si laurea brillantemente nel capoluogo friulano in Ingegneria Meccanica, con un esperienza Erasmus a Leeds – UK. La sua tesi viene pubblicata e vince un prestigioso premio negli Stati Uniti, ma Andrea non si lascia attrarre dalle sirene della vita accademica.

Ñonostante le offerte di lavoro nel Nord Est cambia strada e accetta un’offerta a Londra. Ingegnerizzare facciate per grattaceli e strutture in vetro sembra interessante, anche se inizalmente non sa ancora bene cosa questo significhi. L’università italiana gli ha infatti fornito una cassetta deli attrezzi formidabile, ma non le istruzioni su cosa farsene mentre si affronta il mondo reale.

Inizialmente doveva essere un anno a Londra di “perfezionamento”, in vista di un ritorno al Friuli: montagne d’inverno e mare d’estate. Gli anni però passano, e sono più di quattro. Le soddisfazioni crescono, ma il sogno resta lo stesso di tutti gli emigranti (magari un pò sognatori): tornare a casa.

Sempre in cerca di esperienza professionale, ottiene la possibilià di una missione di due anni presso la sede di Hong Kong. Nonostante le soddisfazioni durante quasi un anno di duro lavoro e la qualità della vita nell’ex colonia inglese, Andrea cova il sogno di tornare.

Finchè l’occasione di tornare arriva, e sembra quella giusta. L’azienda sembra quella giusta (filiale italiana di una grossa azienda asiatica del settore), e la posizione in linea con la sua traiettoria di carriera, la paga ottima per l’Italia.  Nel contempo una persona a lui molto cara stava lottando contro il cancro (battaglia vinta, duramente). Andrea e quella che sarebbe poi diventata sua moglie decidono quindi di accettare e trasferisi nel Veneto Orientale.

Dopo una manciata di mesi -però- si devono scontrare con la burocrazia italiana, la mancanza di stimoli e di propensione al futuro. Il lavoro inoltre si dimostra molto sotto delle aspettative, soprattutto per quanto riguarda le prospettive.  A un certo punto Andrea rischia addirittura la cassa integrazione.

Simile in discorso si applica per sua moglie la quale, per trovare un’occupazione consona e con buona remunerazione, si trova a fare circa tre ore e mezza di pendolarimso per giorno. Inutile dire che, nonostante una buona ricerca, altre offerte di lavoro non si sono presentate per nessuno dei due. 

Al di là della sfera lavorativa poi, l’Italia in quel momento risulta anche un Paese non troppo piacevole in cui vivere, molto probabilmente a causa della crisi, che agli occhi di Andrea “sembra aver causato un collettivo esaurmento di nervi.”

Quindi, dopo poco più di un anno di permanenza, Andrea sale su un altro aereo, questa volta diretto a New York. Qui ha trovato lavoro (e reali prospettive di crescita) nella sede locale di un’azienda italo-giapponese, leader nel settore delle facciate architettoniche. Interessante notare che, nonostante Andrea a questo punto non sia mai stato a NYC, ottiene due proposte di lavoro in questa città, mentre nessuno risponde ai suoi CV mandati nel Triveneto.

Andrea non sembra stupito più di tanto di questo: sa di essere fuori mercato. Quello che lui offre non può suscitare interesse in Italia, dove il mercato del lavoro sembra essere un’asta al ribasso.

L’anno in Italia è stato molto duro per Andrea, per il suo rapporto con la sua compagna e per la sua carriera. Resta molto dispiaciuto di andare via, di lasciare per una seconda volta i suoi cari, e la manciata di amici di una vita, quelli che sanno veramente tutto di te.

Tuttavia perfino sua madre (una madre italiana, di quelle che piangono quando portano il figlio al check-in) lo incoraggia ad andarsene. “Meglio che tu sia felice lontano, piuttosto che disoccupato e triste in Italia”.

Dalle parole di Andrea: “se posso avventurarmi a dare un consiglio non richiesto agli emigrati che pensano di tornare, consiglierei a tutti di farlo mettendo in preventivo un ampio e sostanziale ridimensionamento delle prospettive professionali, personali e anche di sicurezza per il loro lavoro. E’ un grande rischio da prendere, soprattutto se avete una famiglia”.

Nel lungo periodo chissà, forse ci saranno dei cambiamenti. Ma il tempo passa, e il valore sul mercato di un professionista parcheggiato in una piazza minore scende molto velocemente.”

 ANDREA

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