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Quando partire significa dirsi “addio”

C’è anche un lato oscuro, nella “fuga dei talenti” o dei “cervelli”. Il lato personale. Riceviamo sempre più segnalazioni -inquietanti- di intere giovani famiglie che si trasferiscono, anche con prole al seguito. Se ne va il futuro di un Paese…

E c’è anche chi perde un amore, una prospettiva di vita insieme, a causa di questa fuga, accumulando gli inevitabili rimpianti di un “potrebbe essere, ma non è stato”. Un Paese che non fornisce OPPORTUNITA’ ai propri giovani è un Paese che distrugge a 360° le aspettative delle nuove generazioni. E, in definitiva, si autocondanna… alla fine.

Come ci spiega, amaramente, la lettera del nostro ascoltatore Enrico…

“Gentilissimi,

mi infurio, indigno ma soprattutto mi dispiaccio nel sentire di tutte queste menti brillanti che sono “costrette” a lasciare il proprio Paese. Non so se avete affrontato anche (vi ascolto meno di quello che vorrei, per motivi d’orario, sfrutto però il sito), le storie di chi vive, o vorrebbe vivere accanto a queste persone. Sono uno di quelli.

Brevemente, sono stato fidanzato per otto, dico OTTO, anni con una biologa-ricercatrice. La storia ha tenuto finchè ha potuto: poi la lontananza, le prospettive (sue) sempre presenti all’estero, e la mia professione qui in Italia hanno aiutato questa divisione.

Lei, ha sempre proposte di collaborazione, non rischierebbe mai di restare con il “culoperterra” (permettetemi questa espressione senza spazi!!!).

Adesso è in Germania (Frankfurt), ma la sua difficoltà nel vivere là non è legata soltanto alle amicizie lasciate in Italia, ma al fatto che quelle che si costruiscono in laboratorio durano poco, perchè i ricercatori si spostano spesso, e perchè non riesce a coltivare pienamente gli hobbies che in Italia insaporivano la sua vita. E’ appassionata di danza, fotografia e arte. Le piace sperimentare e vivere la vita fuori dal laboratorio.

Purtroppo è in gamba in quello che fa: dico “purtroppo”, perchè nei posti dove va a lavorare la vogliono tenere o agevolarle il passaggio a laboratori “amici”, per mantenere un filo di collegamento. All’età nella quale la maggior parte inizia o è a metà del dottorato, lei l’aveva già finito.

Così ci siamo persi.

Vorrebbe tornare….. ma con che aspettative?

Là, la chiamano dottoressa, professoressa….. qui la chiamano per nome. 

La vita dei ricercatori è particolare, un universo a parte che ho vissuto sulla mia pelle, anche se da spettatore.  

Mi sono accorto di non aver mai detto come si chiama: Anna, il mio lato triste della “fuga dei cervelli””.

ENRICO

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