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“In Germania ho trovato il mio equilibrio” – Lettera da Lipsia

Lettera da brividi, quella che ci invia Marta da Lipsia. Lettera scritta solo apparentemente con un tono pacato e tranquillo… la carica “rivoluzionaria” che cela sotto la superficie è semplicemente dirompente. Da leggere. Fino in fondo. Senza perdere una sola parola. Grazie davvero, Marta! Bis bald!

“Vivo abroad da più di due anni e, sommandoli a quelli vissuti in diversi Paesi del mondo che mi hanno fatto diventare “italiana all’estero” ed “estera” in Italia, ho vissuto (studiato e lavorato)  quattro anni dei miei ventiquattro  all’estero. Eppure sono successe così tante cose in questi quattro anni di vita, che a volte mi domando se siano il doppio di quel numero.

Sono fortunatamente cresciuta in una famiglia che mi ha insegnato il valore del viaggiare, del conoscere, del rispettare la cultura dell’altro, di quello che troppe volte è definito “diverso”. Ricordo ancora con un sorriso quando da piccola dicevo che avrei voluto  “fare l’hostess”, perché queste belle signorine negli aerei, così gentili e che servivano Coca Cola (che la salutare mamma italiana non mi concedeva di bere in altre occasioni) creavano in me un’idea esotica, di una vita sempre all’avventura. Ora, con il senno di poi e dopo decine di voli “lowcost”, sono contenta che quello sia rimasto un sogno d’infanzia.

Sto frequentando a Lipsia (Germania) l’ultimo anno di un Master internazionale (quello che in Italia è definita laurea specialistica) che mi permette ogni giorno di vivere, condividere e confrontarmi con ragazzi e ragazze, future società da tutto il mondo: Asia (quanti asiatici!), Africa, Americhe ed Europa. Ogni giorno, la nostra quotidianità è basata su quello che è comunemente considerato strano, o quasi irreale. Ad esempio? Si discute con compagni di corso cinesi su come -infine- Piazza Tienanmen sia più importante (come concetto) per noi Europei, che per loro Cinesi. O di aiuti umanitari con compagni provenienti dall’Africa, che illustrano come molte medicine gratuite inviate da importanti organizzazioni umanitarie internazionali vengono molto (troppo) spesso rivendute a prezzi esorbitanti. Questo nuovo modo di rapportarsi e considerare “l’altro” cambia completamente il tuo punto di vista e ti fa chiedere: “ed io, da che Paese vengo? Come mi posso definire?”

Ho sviluppato dei sentimenti contrastanti verso la mia madrepatria: conosciuta per la sua eleganza, il buon cibo e l’irresistibile fascino italiano ma anche per la mafia, per la corruzione e per gli (inutili) sprechi dei precedenti Governi, mi sono trovata ad arrossire per alcuni complimenti, mentre a volte ho ringraziato il cielo, quando, la mattina, prima di dirigermi verso l’Università, non c’erano titoli sarcastici sui giornali internazionali per cui dovevo preparare una giustificazione per il mio Bel Paese.

Il fatto è che io qui, ora in Germania, posso veramente dire quel che penso. Posso esprimermi all’interno dell’Università, criticare una teoria di un professore, senza subire un richiamo o, peggio, senza essere ignorata. Qui noi studenti, quelli che “non hanno idea perché non hanno esperienza lavorativa” (come molti –troppi-considerano in Italia), abbiamo una voce, siamo ascoltati, veniamo VALORIZZATI. Non siamo solo semplicemente studenti, ma siamo il futuro di questa società che si sta barcamenando in acque pericolose. Siamo la speranza per qualcosa di diverso. Siamo la speranza che il diverso, lo straniero diventi  motivo di cooperazione e crescita , non di divisione e bigottismo verso altre idee.

Ho svolto il mio triennio in uno degli atenei del Nord Italia. Tuttavia, da quando ho iniziato il mio corso di studi all’estero, spesso mi cresce dentro un grande risentimento verso quella triennale che, dopotutto, allora non sembrava molto male. Mi sono resa conto come gli altri compagni di corso, colleghi europei e non, avevano già sviluppato nei loro corsi dei loro studi l’abilità di discutere e argomentare perché qualcuno CONSIDERA le loro opinioni. Troppo spesso in Italia si valuta uno studente non per tali abilità e varietà di idee, che sono quelle che veramente servono per proprio futuro lavorativo e di vita, ma per aver passivamente assorbito norme e nozioni che sono spesso dimenticate dopo un esame.

Ci si può immaginare come questa realizzazione abbia alimentato il mio risentimento verso non solo quella casta di professori italiani (non tutti, per carità) che, oltre a limitarsi a insegnare e scarabocchiare voti nel libretto che molte volte (nel bene e nel male) non corrispondono alla realtà, NON si degnano a rispondere alle e-mail se non dopo varie (e disperate) sollecitudini perché “troppo impegnati”. 

Per non parlare dell’insana idea (per così dire: infine è stata una delle mie “vincite”) di fare domanda per partecipare al programma Erasmus. Allora, mi sono dovuta trasformare (io come tanti altri) in una trottola che implorava, supplicava alcuni professoroni sbottanti, coloro i quali non hanno mai tempo per firmare i mille documenti necessari per il riconoscimento dell’anno accademico nell’ateneo estero.

E che dire della Segreteria studenti? Ragazzi, futuri aspiranti Eramsus (se anche lì non decideranno di tagliare): non disturbiate i pubblici lavoratori delle segreterie, hanno sempre di meglio da fare!

Alla fine di un triennio in Italia mi sono sentita devalorizzata, confusa sul mio futuro e sulle mie abilità. E’ stato allora che ho capito, ancora una volta, che era il momento di andare, di ripartire, di ampliare gli orizzonti. E qui, nella mia comunità internazionale, dove, per carità, non è tutto sempre rose e fiori, ho trovato il mio equilibrio.

Non senza sacrifici: non è da poco doversi adattare ogni anno (perché cosi prevede il programma: cambiare ogni anno ateneo all’interno di un consorzio di cinque università partner: Lipsia, Vienna, Wroclaw, Londra e Roskilde), adattarsi ad una cultura nuova, ad un appartamento nuovo, ad aprire innumerevoli conti in banca in diversi Paesi. E che momenti di panico quando non si riesce a trovare un dottore o -peggio- a capire l’infermiera al pronto soccorso perché non parli la sua lingua (polacco, non inglese!) e nel frattempo crepare di dolore nella sala d’attesa (ecco cosa intendeva Dante per inferno!).

Tuttavia,  la mia esperienza mi stia formando come persona, come studente, come futura società cosciente della propria eredità culturale, ma anche aperta a nuove idee, a nuovi spunti, a nuovi modi di vita.  Ed è qui che io ogni giorno prendo quello che Diesel pubblicizzerebbe come  “Fuel for life”: vedere coetanei, giovani uomini e donne organizzare, inventare, discutere. Informarmi di borse di studio che in Italia sembrano (e a volte sono) inaccessibili, e anche di contributi statali per studenti che noi ce li sogniamo e, al nostro risveglio, penseremo ancora “Ah, era proprio un sogno”. Ci chiamano bamboccioni, ma a volte coloro che ci definiscono tali hanno avuto il piacere di rifilarci false pillole per farci crescere come tali.

Non voglio praticare una politica di giustificazionismo ma una domanda mi sorge spontanea: come sarebbero gli studenti italiani, i giovani italiani, se avessero una voce, se fossero finanziariamente indipendenti dai genitori grazie ai contributi statali (o per lo meno parzialmente), ma soprattutto se si accorgessero che veramente possono cambiare, se non il mondo, molti lati della loro spiacevole realtà?

La domanda rimane là, che penzola leggera nel limbo dove molti ragazzi italiani vagano senza pace. Ed io me ne rimango qua, a crescere e imparare che io conto. I nostri cari antichi Romani dicevano che tutte le strade portano a Roma. Forse è il momento di invertire il senso di marcia.

 Auf Wiedersehen, mia amata Italia”.

MARTA

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