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I “convitati di pietra”

Ha ragione, Cesare, piccolo imprenditore ascoltatore di “Giovani Talenti”: spesso, le piccole aziende italiane (o, almeno, una parte di esse), appaiono come “convitati di pietra”, all’interno delle nostre puntate. Le difficoltà che i nostri giovani talenti hanno nel farsi assumere in un settore (quello delle PMI) che -dati alla mano- rappresenta circa il 95% del tessuto produttivo italiano, emergono in modo evidente.

Cesare ha preso carta e penna (virtuali) per esporci le sue ragioni: su tutti, i mille ostacoli, burocratici, e fiscali, che comprimono irrimediabilmente il potenziale del nostro tessuto produttivo. Lo ha fatto con onestà intellettuale, e lo ringraziamo per questo.

Noi restiamo pure convinti che le difficoltà attuali siano -nel quadro generale- figlie di errori del passato: errori culturali (mancato inserimento di figure manageriali e qualificate, quando lo si poteva fare), errori di mancati investimenti negli anni delle vacche grasse, errori di mancate espansioni e aggregazioni per fare massa critica e produttiva, errori di mancato sviluppo della parte R&S… almeno -ribadiamo- quando lo si sarebbe potuto fare. E’ evidente che ora la situazione sia molto delicata. Ma una seria politica industriale avrebbe potuto evitare tutto ciò, se avessimo agito con una visione del futuro.

Apprezziamo però molto il coraggio di Cesare, di mettere nero su bianco quella che -oggi- è una vera e propria “via crucis”:

“… non sono giovane
… non sono un talento
… non ho meno di 40 anni ( ne ho 60 )
… non sono espatriato
E allora perché le scrivo ? …perché sono un imprenditore e – premetto che RADIO 24 è una sorta di accompagnamento sonoro della mia vita casalinga, e non.

…dicevamo, perché Le scrivo ? Perché mi sembra che gli imprenditori italiani siano una sorta di “convitato di pietra” alla sua trasmissione.
I giovani, talentuosi o meno, di questa nostra nazione, se vogliono lavorare devono espatriare, come sta succedendo anche ai miei nipoti. I motivi, le colpe sembrano, nella sua trasmissione, in parte essere addossati ai piccoli imprenditori.

Le voglio spiegare, in modo estremamente sintetico, sulla nostra -volevo dire, sulla mia- situazione:

1° Un impiegato tecnico di una piccola azienda costa una notevole quantità di denaro, oltre ai soldi dati al dipendente bisogna versare una grossa “tangente” allo Stato: circa il 228% del salario del dipendente.

2° La presenza di un dipendente in più modifica i calcoli dell’IRAP a fine anno… e sono altri soldi da dare allo Stato.

3° Un dipendente in più modifica l’organizzazione che deve essere improntata per le varie leggi sulla sicurezza in AZIENDA ( UN ARMADIO DI BUROCRAZIA ).

4° Un essere umano che entra in azienda comporta una serie di costi: dalla scrivania, al telefono, all’armadietto ecc ecc. Altri costi !!!

Se la crisi picchia duro sulle imprese, lo Stato Italiano è peggio di un fabbro… le faccio una piccola sintesi di una e-mail che ho ricevuto dal mio commercialista qualche anno fa: “Cesare, quest’anno hai fatto trentamila euro di utile , devi pagare dodicimila euro di IRES e quattordicimila euro di IRAP”. Quanti commenti si possono fare su un rendiconto del genere?  NON SO: con che cosa capitalizzo l’azienda? Con che fondi faccio ricerca/sviluppo ?

Quando, Dottor Nava, un neolaureato (talentuoso fin che vuole) si trova a colloquio con un piccolo imprenditore nazionale, pensi a che turbine di sentimenti percorre il cuore e la testa dell’ dell’interlocutore!!! Con il poco lavoro che c’è … con questo Stato, riuscirà questo ragazzo a pagarsi le spese che, INVOLONTARIAMENTE, impone all’azienda ?

Mi sembra che il punto di vista delle piccole aziende italiane non sia correttamente rappresentato nella sua trasmissione e mi sono permesso di scriverLe.
Noi, piccoli imprenditori, non abbiamo delle condizioni difficili, ABBIAMO DELLE CONDIZIONI IMPOSSIBILI”

CESARE

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