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“Il problema in Italia? La colossale mancanza di risorse”

Una lettera straordinaria, quella che ci ha inviato Pietro, professore universitario a Napoli, nonché ascoltatore di “Giovani Talenti”. Straordinaria, perché dimostra che storie di “controesodo” in Italia, anche nel settore universitario, sono possibili.

Ma, soprattutto, straordinaria per il messaggio in controtendenza che lancia. Non basta solo un astratto concetto di “merito” a far ripartire l’Italia. Servono le risorse: anni di gestione incapace e sconclusionata del sistema-Paese non hanno solamente annichilito le logiche meritocratiche. Hanno prosciugato le risorse, attraverso cui investire. Da lì occorre ripartire. Leggete la lettera di Pietro con attenzione:

“Caro dott. Nava,

ascolto spesso la sua trasmissione che chiama in causa una parte non troppo lontana della mia vita. Sono uno dei rari casi di “rientro felice”, dopo 10 anni di vita e di lavoro in Danimarca. Sono emigrato, perché nel mio campo in Italia non trovavo spazi adeguati per formarmi.

In Danimarca ho fatto un dottorato e ho poi avviato la carriera accademica, sino a diventare professore associato. Dopo 10 anni ho capito che dovevo scegliere: o restavo all’estero per il resto della mia vita, o quello era il momento per provare a tornare.

Ho avuto fortuna, o forse ho solo scelto bene. Ho fatto quel che si farebbe in ambiente anglosassone. Sono uno specialista di economia dell’Asia: per me l’approdo italiano più logico era l’Orientale di Napoli. Ho contattato il Preside della Facoltà di Scienze Politiche e poi su sua indicazione ho incontrato il decano degli studi sull’Asia – due studiosi che conoscevo di nome, ma che non avevo mai visto prima.

Solo sulla base del mio CV e delle mie pubblicazioni hanno deciso di chiamarmi a Napoli, utilizzando la legge sul “rientro dei cervelli”. Tre anni più tardi siamo riusciti a stabilizzare la mia posizione con un posto permanente da professore associato – come quello che già avevo in Danimarca. Per farla breve, la mia è una storia a lieto fine, nonostante le mille difficoltà che incontra chi lavora con serietà nell’università italiana.

Ho poi scoperto che all’Orientale non ero un’eccezione: diversi altri colleghi erano arrivati da fuori -dall’estero o da altre parti di Italia- al di là delle logiche baronali.

Sarebbe bello che si parlasse di più anche di questa Italia positiva, che combatte quotidianamente alla ricerca della qualità, e che spesso si vede accomunata nel calderone della critica verso tutto e tutti (dalla sanità alla ricerca, etc.).

Le storia che le ho raccontato, però, è solo una premessa. Spesso ho l’impressione che la retorica dominante finisca per nascondere la vera tragedia economica e sociale che riguarda milioni di giovani e le loro famiglie. Molti giovani brillanti nel passato sono andati via perché si vedevano sorpassati da raccomandati meno qualificati o non sopportavano le logiche baronali. Ma oggi siamo ben oltre.

Persino i giovani raccomandati hanno spesso (non sempre, ovviamente) delle qualifiche superiori a quelle richieste. Con una disoccupazione giovanile che si avvicina al 40%, ogni ragionamento sulla meritocrazia diventa una foglia di fico per nascondere una vera macelleria sociale.

Come docente chiedo ai miei studenti di impegnarsi. Ma poi so bene che il loro impegno personale difficilmente si trasformerà in occasioni di lavoro stabile e decentemente retribuito. Questo è un Paese che spreca le energie migliori, perché ha smesso di scommettere sul suo futuro. Abbiamo una classe politica scadente, ma quella imprenditoriale è persino peggio.

In questi anni si è pensato di rilanciare la produttività continuando a ridurre il costo del lavoro e aumentando il precariato. Ma con una percentuale di laureati che è la metà della media OCSE e scarsissimi investimenti in ricerca e sviluppo il Paese è destinato ad un inevitabile declino.

Di fronte a questo quadro l’impegno del singolo giovane non basta più. Ma quando, come lei fa benissimo, si racconta quel che succede in altri Paesi e si spiega quali e quante risorse stiamo perdendo, la risposta finisce per essere il contrario di quel che dovrebbe.

Tutto si riduce ad una questione di meritocrazia. Per parlare del mio settore: certo, i concorsi universitari dovrebbero essere più trasparenti; certo, in qualche università – ma non in tutte! – esistono baronie e nepotismo. Ma il problema oggi è la colossale mancanza di risorse. E invece continuano a tagliarci i finanziamenti, giustificandosi con la lotta al baronato. Si finisce per dimenticare che i sistemi formativi non possono funzionare solo per gli studenti più brillanti.

Un Paese è forte non quando ha 10 ingegneri o manager particolarmente brillanti, ma quando ha centinaia di migliaia di ingegneri, manager, tecnici, operai di buon livello, ben formati e valorizzati. Nel nome della meritocrazia in Italia si stanno tagliando le risorse alla scuola, alla ricerca, al welfare, e poi si gettano anche troppi soldi in operazioni di facciata di presunta eccellenza.

Sono giunto alla conclusione che oggi la logica della meritocrazia sia diventata persino pericolosa, perché consente di coprire un vero disastro nazionale. Il che non vuol dire, ovviamente, difendere le clientele, ma al contrario promuovere percorsi virtuosi “normale”. I miei studenti particolarmente brillanti e capaci alla fine ce la fanno, magari cambiando città o Paese.

Ma ai miei studenti mediamente bravi questo paese non offre nulla.

Il livello della produttività per il Paese è determinato dalla qualità media della forza lavoro più che dalle punte di eccellenza. Non dovremmo ripartire da qui?

Cordiali saluti”,

PIETRO

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