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Lettera Aperta per la Ricerca Indipendente

Riceviamo e pubblichiamo la lettera aperta che ci ha inviato Doriano Brogioli, ricercatore indipendente di Milano. La lettera è sottoscrivibile online, cliccando a questo link.

Si parla spesso della necessità di sostenere la ricerca in Italia: leggere questa lettera e -se d’accordo coi contenuti- sottoscriverla, può rappresentare un modo, anche semplice, di far sentire  ai nostri ricercatori indipendenti il vostro appoggio.

LETTERA APERTA PER LA RICERCA INDIPENDENTE

A:
Ministro dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca Ministro dello Sviluppo Economico Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali

Gentili ministri,

siamo un gruppo di ricercatori senza un posto istituzionale. Nelle Università e negli Enti Pubblici di Ricerca (EPR) lavorano non solo dipendenti di ruolo, ma anche molti ricercatori a tempo determinato. Noi siamo tra questi ultimi ma siamo, e vorremmo essere considerati, come dei professionisti e non come dei precari. Fino ad ora siamo riusciti a guadagnarci lo stipendio grazie a finanziamenti, sia pubblici sia privati, che abbiamo contribuito ad ottenere: per questo motivo ci sentiamo dei professionisti della ricerca e non ricercatori precari. In altri Paesi saremmo chiamati ricercatori indipendenti: non solo facciamo questo lavoro con continuità ma, da molti anni, abbiamo costruito una rete di partner e di finanziatori internazionali che scavalca le squallide logiche provinciali dei dipartimenti o dei settori
disciplinari in cui sono divise le strutture della ricerca.

Con il nostro lavoro abbiamo contribuito alla gestione dell’attività di ricerca, grazie all’alto grado di esperienza che ci viene dal lavorare con soggetti terzi rispetto al singolo dipartimento o ateneo presso cui  lavoriamo. Abbiamo contribuito alla produttività delle istituzioni che ci ospitano, partecipando attivamente alla stesura degli articoli con i risultati del nostro lavoro. Confidiamo nella nostra capacità di poter continuare, anche in futuro, a finanziare le nostre ricerche ed i nostri stipendi grazie al nostro impegno. Siamo naturalmente consapevoli di tutti i problemi della ricerca: abbiamo, infatti, vissuto sulla nostra pelle e assistito impotenti, giorno dopo giorno, al dramma che vive l’università italiana, ma non vogliamo ripetere il solito cahier de doléances sulle storture e sulle soluzioni astratte. Desideriamo porre l’attenzione sul fatto che la ricerca in Italia è condotta soprattutto da persone che, come noi, non reclamano uno stipendio fisso per anzianità ma semplicemente delle condizioni dignitose per continuare a fare quanto la comunità scientifica mondiale (e spesso un po’ meno quella locale) riconosce che sappiamo fare, senza oneri ma a vantaggio della collettività.

Vi scriviamo per esprimere i bisogni della nostra categoria, quella dei
“ricercatori indipendenti”. Vogliamo offrire argomenti e proposte concreti. Purtroppo la nostra situazione è schiacciata tra gli annunci roboanti dei politici di riforme improntate alla meritocrazia e la gattopardesca riottosità di chi nel sistema è ben inserito: le riforme, ogni volta presentate come salvifiche, continuano a non scalfire le logiche secondo le quali sono state gestite finora le risorse disponibili, in base più a necessità politiche locali che nell’interesse generale. Noi conosciamo questa realtà perché la viviamo quotidianamente e vogliamo rifuggirne: la situazione di Università ed EPR è talmente impantanata nel clientelismo da non essere riformabile contando su chi ne fa parte, con un decreto ministeriale calato dall’alto. Non chiediamo pertanto di entrare in un tale sistema, ma vogliamo poter andare avanti a fare onestamente il nostro lavoro. Sappiamo anche che la nostra
difficile situazione è minoritaria ma pensiamo di rappresentare la parte
più vitale della ricerca in Italia.

Uno dei problemi principali è innanzitutto il mancato riconoscimento
formale della nostra anzianità, o esperienza. Siamo laureati, con un
dottorato di ricerca e con, alle spalle, diversi anni di esperienza di ricerca ad altissimo livello. Dal punto di vista professionale abbiamo quindi età e curriculum per ruoli di coordinamento o comunque autonomi ma nell’ordinamento delle università e degli EPR italiani non è previsto che personale non strutturato sia responsabile di fondi e persone; pertanto ci troviamo spesso a poter dare molto meno di quello che sapremmo o comunque ciò che diamo spesso non può essere riconosciuto. Ma l’assurdità del sistema attuale va ben oltre: sebbene siamo in grado di trovare (o contribuiamo attivamente a trovare) finanziamenti per i nostri stipendi, la legge impone un limite massimo al numero di anni in cui possiamo essere titolari di Assegni di Ricerca e altri contratti a tempo determinato. Oltre questo limite, se l’assegnista di ricerca non rientra nel percorso che lo porta a diventare professore associato a tempo indeterminato, viene semplicemente cacciato dal sistema della ricerca.

Troviamo assurdo che siano posti tali limiti temporali: essi vorrebbero mirare a limitare il precariato, ma finiscono, di fatto, per eliminare il precario. I nostri fondi sono per loro stessa natura temporanei. Permetterci di usarli per pagare i nostri stessi stipendi per più di quattro anni non comporta il prolungamento del precariato, ma anzi può ridare dignità alla professione di ricercatore. Se un ricercatore è in grado di recuperare i fondi per finanziarsi lo stipendio, e con questo finanziare i dipartimenti che lo ospitano, è, a nostro avviso, giusto e meritevole che vada avanti a farlo. In questo senso, la rimozione dei limiti di tempo andrebbe proprio nella direzione della stabilizzazione e della riduzione della precarietà. La situazione attuale danneggia non soltanto noi in prima persona, ma anche i nostri gruppi di ricerca, che rischiano di perdere personale esperto che spesso è stato fra i fondatori della linea di ricerca stessa.

Con questo non ci includiamo nella schiera di coloro che magnificano il lavoro a termine perché così il lavoratore si impegna di più, anzi sappiamo bene quanto sia logorante vivere con un orizzonte professionale talvolta di mesi e mai più lungo di un paio d’anni, e quanta ingiustificata disparità di trattamento ci sia con chi ha un normale contratto di lavoro dipendente. Pur avvertendo, in base alla nostra esperienza, quanto i risultati del nostro lavoro potrebbero trarre beneficio da una condizione di minore ricattabilità e dipendenza dal capriccio della burocrazia, sentiamo che l’introduzione della reiterabilità dei contratti a tempo determinato sia una azione utilie,
realizzabile in modo efficace nella condizione attuale, senza retorica e
senza costi per lo Stato.

Ci auguriamo, inoltre, che siano razionalizzate le normative, in modo da
superare quelle che, a nostro giudizio, rappresentano delle vere e proprie “assurdità burocratiche”. Dovrebbe essere incentivata una maggiore snellezza nelle pratiche per bandire gli Assegni di Ricerca, in modo che non si rischi di restare dei mesi senza contratto semplicemente a causa di cavilli burocratici. Speriamo che divenga inoltre per noi possibile operare direttamente nella raccolta dei fondi per la ricerca, e che essi, una volta ottenuti, implichino automaticamente il contratto per il ricercatore nei tempi, modi e importi indicati nel progetto, senza che le università debbano necessariamente pubblicare bandi per assegni o altri contratti; tale logica è già applicata in alcuni casi, come per le borse della UE denominate “azioni Marie Curie” oppure per i grant “Ideas”, ma andrebbe estesa a tutti i casi in cui ci sia stato un evidente contributo da parte del ricercatore ad ottenere il
finanziamento.

Ancora, richiediamo che ci venga riconosciuta in futuro la possibilità di essere responsabili personalmente di unità operative o linee di ricerca, ovviamente previa autorizzazione del Direttore di Dipartimento di afferenza. Questo per noi è importante dal punto di vista professionale, perché significa uscire dall’ombra e avere un ruolo ufficiale nei rapporti con l’esterno che per noi sono vitali, ma è ancora più rilevante per la qualità della ricerca in generale. Infatti, finanziandosi con denaro non proveniente o solo minimamente proveniente dal Fondo di Finanziamento Ordinario, gli assegni di ricerca sono, oggi, l’unico contratto relativamente al riparo dalle logiche di ripartizione e cooptazione legate al potere delle aree/settori disciplinari. Ciò implica che gli studi più originali e veramente interdisciplinari, spesso condotti da gruppi di nicchia rispetto alla geografia
dell’accademia tradizionale, possano essere sviluppati solo grazie al fatto di poter bandire assegni di ricerca con fondi autonomi, che riescono a eludere il controllo assoluto della gerarchia accademica.

Infine, notiamo che non necessariamente una carriera di ricercatore debba concludersi con l’entrata nel ruolo, soprattutto se, come in questo momento particolare, non ci sono né le risorse finanziarie per permettere l’accesso al ruolo, né i presupposti per il reclutamento dei più meritevoli. Per fare questo è necessario che, indipendentemente dalla denominazione, si realizzi di fatto la figura di “ricercatore indipendente”, che ricava il suo stipendio dai fondi di ricerca che ottiene indipendentemente. Questa figura è, per sua natura, un lavoratore con contratto a tempo determinato. Che sia precario o meno,
però, dipende dalla sua capacità di attrarre fondi. In questo senso, come già sottolineato, i limiti temporali vanno nella direzione di una maggiore precarizzazione e pertanto pensiamo che vadano eliminati. Questa figura potrebbe essere l’evoluzione di quella dell’assegnista di ricerca o una analoga, anch’essa con un contratto defiscalizzato e reiterabile. Facciamo notare come la defiscalizzazione, che già oggi si applica agli assegni di ricerca, non sia un danno per lo stato: un ricercatore indipendente svolge il suo lavoro a vantaggio dello stato, porta finanziamenti ai dipartimenti a cui afferisce che diventano meno dipendenti dai finanziamenti statali (ricordiamo che per i finanziamenti tramite bandi o conto terzi i dipartimenti e gli atenei incassano una percentuale), e permette alle Piccole e Medie Imprese di esternalizzare le attività di ricerca e sviluppo che da sole non sarebbero in grado di effettuare.

Anche volendo disprezzare cinicamente la ricerca, non va dimenticato che
oggi l’Italia paga molto per la ricerca europea, ma poi i finanziamenti
vanno in proporzione maggiore ad altri stati, dove le istituzioni
supportano l’accademia nell’ottenere tali finanziamenti, nella
consapevolezza dei vantaggi economici che ne derivano.

A proposito della figura del ricercatore indipendente, notiamo come, nel
passato, siano state accidentalmente introdotte norme che conteggiavano
figure a tempo determinato, pagate su fondi di ricerca, nel calcolo dei
punti organico, ad esempio per il blocco del turn-over. Tali dimenticanze sono incredibili: proprio per risparmiare, sarebbe utile che le figure autonome e indipendenti fossero incentivate. Un riconoscimento formale da parte della legge potrebbe aiutare i politici a ricordarsi che esiste una parte di ricercatori virtuosi che vive al di fuori delle logiche clientelari, e che non è un peso per lo stato.

La figura del “ricercatore indipendente” lavorerà principalmente
all’interno di università ed EPR. Pensiamo, inoltre, che un’ulteriore
possibilità, vantaggiosa per i ricercatori e per lo stato, sia quella di
riconoscere la ricerca (qualunque sia il tema) come attività ammessa per
le ONLUS. In questo modo sarebbe possibile dar vita a enti indipendenti
(privati) di ricerca, costituiti da cooperative di ricercatori, anche come spin-off di università. Tali enti svolgerebbero attività di ricerca, sostentandosi con i fondi che riescono ad ottenere, senza onere per lo stato, ma con una defiscalizzazione che permetterebbe loro di sopravvivere, pur senza avere un FFO.

Proponiamo, quindi, di estendere tutti bandi per il finanziamento della
ricerca (PRIN, FIRB, PON ecc.) a tutti i ricercatori, compresi i non
strutturati, e agli enti privati di ricerca. Questo permetterebbe di mettere in competizione le istituzioni pubbliche con i singoli ricercatori indipendenti e con le cooperative no-profit.

Riepilogando, le nostre proposte riguardano:

1) l’abolizione dei limiti temporali, anagrafici e di reiterabilità per i contratti pagati su fondi di ricerca;

2) lo snellimento burocratico per l’attribuzione e la gestione dei contratti;

3) il riconoscimento da parte della legge della figura di ricercatore
indipendente a cui sia riconosciuta una autonomia gestionale e di ricerca e che possa accedere a tutti i bandi ministeriali per il finanziamento della ricerca;

4) la creazione di società ONLUS finalizzate alla ricerca in qualsiasi settore, che possano svolgere le stesse attività di ricerca degli enti pubblici.

Ci auguriamo che queste proposte possano trovare in voi degli  interlocutori, desiderosi non soltanto di comprendere i problemi reali
dei precari, ma soprattutto di intraprendere piccole e coraggiose
iniziative per sbloccare la drammatica impasse in cui si trova oggi la ricerca, e con questa il futuro, del nostro Paese
.

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