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“E se ci avessero chiesto di rimanere”?

Andrebbe stampata ed esposta su tutti gli edifici di questo Paese la straordinaria lettera, che il nostro ascoltatore Andrea ci invia dal Perù. Andrebbe fatta leggere a tutti gli studenti delle scuole superiori, andrebbe declamata in Parlamento, andrebbe inserita nei libri di storia. Di una Storia inevitabile, passata, presente e futura.

Andrebbe letta nelle aule che giudicheranno -se mai avverrà- i colpevoli di questo disastro economico, che in 30 anni ha fatto tabula rasa di uno dei Paesi più dinamici, innovativi e creativi del mondo. Leggetela tutta, poi capirete perchè. Grazie di cuore, Alessandro.

E se ci avessero chiesto di rimanere? Quante volte mi sono fatto questa domanda quel giorno che, guardando il mare di Savona farsi via via più scuro, gettavo gli occhi sugli ultimi squarci di costa ligure che si facevano sempre più sottili.

Ero sulla Costa “Serena”, passeggero moderno e testimone diretto (come in ogni cosa su cui devo andare a fondo) di una storica e ciclica attività che gli italiani conoscono bene, molto bene: l’emigrazione. Navigazione oceanica sulla rotta Savona-Buenos Aires.

E voi direte: “..e questo che vuole dire? Vuole forse paragonarsi ai nostri nonni che emigravano con i pochi stracci che tenevano, stivati come bestie sui ponti e nelle stive di qualche nave commerciale che avrebbe raggiunto (forse) le Americhe?”. No, assolutamente. Vorrei raccontarvi una storia.

Un sogno e una realtà che si mischiano tra loro ricordandoci, o meglio  scolpendoci nella mente, che gli emigranti moderni hanno storie comuni e allo stesso tempo più complicate dei loro nonni. Ma partiamo da lontano.

I nostri trisnonni all’inizio del secolo scorso (XX), emigravano a causa della  scarsità di soldi e risorse economiche delle famiglie (soprattutto del meridione), andando in cerca di opportunità nuove, inseguendo sogni che molto spesso s’infrangevano contro la durissima realtà che incontravano al di là del confine italiano. Erano comunque tempi di globalizzazione, ma in un’accezione diversa rispetto a quella odierna. Le persone di tutto il mondo emigravano, s’incontravano, si scrivevano o si sarebbero chiamate per telefono – alcuni decenni dopo –  dall’altra parte del mondo (la prima telefonata tra New York e Londra fu fatta intorno agli anni ’20).

In quegli anni le cause dell’emigrazione erano legate quasi sempre a motivi economici e finanziari: la crisi dell’agricoltura causata dalle pesanti imposte governative, l’improduttività dei terreni, i salari da fame, l’aumento dei prezzi di prima necessità e l’esosità degli interessi sui prestiti agricoli, oltre a vasti settori della popolazione come artigiani e muratori che non potevano sopravvivere in un mercato ancora poco sviluppato.

Come riporta il giornale “La Stella degli Emigranti” edito nei primi anni del ‘900 in Calabria, i nuovi emigranti del XX secolo erano attratti dal “sogno americano”, infatti quasi l’85% di emigranti in quel periodo preferiva espatriare verso gli Stati Uniti d’America e non più verso l’America Latina che era stata nel XIX secolo il continente più “gettonato” dali italiani.

L’abolizione della schiavitù nelle ex-colonie americane (1865) e la forte spinta industrializzante degli EEUU indusse grandi compagnie multinazionali a sviluppare e organizzare l’importazione di manodopera dall’Europa.

Il Regno d’Italia e i  governi di quel periodo regolarono l’emigrazione solo sotto la questione di “pubblica sicurezza”, ritenendo il fenomeno come una “valvola di sfogo” a livello sociale e strettamente necessario alle casse dello Stato, dato che gli emigranti costituivano una forte entrata fiscale con l’invio delle rimesse dall’estero, quanto ricchi proventi derivati dalle tasse pagate dalle compagnie italiane e straniere che si dedicavano alla “tratta” degli emigranti.

I nostri trisnonni sognavano. Partivano sognando una vita migliore. Per questo non si può relegare la loro voglia di cambiamento solo a una questione meramente economica. Chi lo fa si sbaglia. Partivano anche per i loro sogni e in questo ci aiuta, ad esempio, la lettura dei centinaia di articoli editi dal giornale calabrese fondato a Polistena, provincia di Reggio Calabria, nel 1904. Magari erano persone analfabete, a mala pena sapevano scrivere e tantomeno leggere, ma nei loro cuori e nella loro immaginazione si vedevano in un mondo migliore, un mondo che gli avrebbe aperto alcune porte, che gli avrebbe dato almeno una possibilità di cambiare il loro stato di miseria sociale. La questione economica, che viveva l’Italia in quel periodo di crisi, soprattutto prima del primo conflitto mondiale – la forte crisi economica del 1907 sarà la prima fra le molte altre – si sommò all’insoddisfazione personale di migliaia d’italiani, costretti a vivere la loro quotidianeità in realtà molto simili ai sistemi feudali di alcuni secoli prima.

E oggi? Lo Stato italiano, i governi succedutisi in questi anni – diciamo dal 1996 al 2012 – che hanno fatto per chiederci di rimanere? I nostri genitori, i nostri nonni, i nostri zii – parlo della generazione 2.0 e per quella dei pattini a rotelle, quindi per chi ha tra 25 e 45 anni –  che potevano dire per farci cambiare idea? Mi viene da pensare che i Governi italiani d’oggi, come quelli del secolo scorso, abbiano fatto due conti e abbiano capito che l’atto di emigrare può essere anche oggi una buona forma per far “sfogare” il forte accumulo di tensione sociale di questi ultimi anni: ma sarebbe un ragionamento troppo complesso. Invece penso che dovrebbero farlo uno sforzo, cioè disporre in ogni aeroporto e porto d’Italia dei moduli statistici in modo che ogni cittadino italiano in partenza e con l’intenzione di spostare la propria residenza all’estero, possa porre la propria crocetta sopra i motivi della sua emigrazione. In questo modo scoprirebbero, i nostri governanti, un mondo sconosciuto e vasto di “sopprusi” sociali, inefficienze burocratiche, stanchezza morale, depressione generazionale, aspettative professionali infrante. La domanda  che avrebbero dovuto farci, prima di lasciarci partire, sarebbe stata “perchè non resti?”

E la risposta sarebbe stata semplice e inequivocabile. Dopo aver vissuto nella bambagia degli anni ’80 e ’90, ingrassati dai nostri genitori con mille attenzioni (giochi, vacanze, motorino, università, mille sports, la macchina, i vestiti ecc..) nell’epoca dell’opulenza non necessitavamo pensare ad altro, perchè il nostro futuro era quasi scritto. Poi la verità è venuta a galla.

Abbiamo vissuto due decenni di aspettive, ci siamo cullati dentro la grande farsa di stare bene, di vivere in un Paese tra i primi al mondo, di essere sicuri delle nostre future pensioni, di aver potuto dare anche ai nostri futuri figli tutto quello che era stato dato a noi. Questo grande palloncino, all’alba del nuovo millennio, è scoppiato al primo colpo di vento forte. Ci siamo ritrovati in una realtà rapida, esigente, a metà strada della scala sociale, accorgendoci che quest’ultima iniziava a scendere invece che salire. La colpa è stata nostra, è stata nostra fino alla fine.

La risposta sarebbe stata “perchè in Italia non ci si può più permettere di sognare”. E quando finiscono i sogni, le aspettative e le idee di fare qualcosa di nuovo, qualcuno scappa, altri rimangono e sopportano, altri ancora soccombono. Io sono scappato perché avevo tutto, ma non avevo più sogni“.

ANDREA

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