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“In Italia non vedo futuro”

Marco, nome di fantasia, scrive alla e-mail giovanitalenti@radio24.it , per raccontarci una storia che potrebbe -a breve- trasformarsi in una storia di espatrio. Abbiamo scelto di pubblicare questa lettera perché spiega, una volta di più, quali sono i meccanismi che portano all’emigrazione dei nostri migliori talenti (e Marco lo è, sulla base dei fatti che riporta).

Sì, certo, la disoccupazione gioca un ruolo importante nell’esodo dei nostri talenti: ma anche chi un lavoro ce l’ha, finisce con il farsi venire l’orticaria, giorno dopo giorno, dovendosi scontrare con un ambiente di lavoro profondamente immeritocratico. Che -per un meccanismo perverso e completamente antieconomico- non premia i migliori e chi porta risultati all’azienda. Ma i parenti, gli amici, i “protetti”. Una mentalità padronale e medioevale, ancora drammaticamente diffusa. Che ha trasformato il “miracolo economico” italiano nel “disastro economico” italiano.

Viviamo in un Paese dove va di moda riempirsi la bocca della parola “meritocrazia”: bene, cominciamo allora a implementarla dal basso. In tutte le aziende di questo Paese.

Lo sfogo di Marco: in bocca al lupo!

“Buongiorno,

mi chiamo Marco, sono un giovane designer che ricopre attualmente una posizione di “prestigio” in una delle più grosse aziende italiane (ed internazionali) del Design.

Posizione solo “di fatto”, in quanto l’azienda è di impronta “padronale” e la gratificazione economica e/o la meritocrazia, come molto spesso accade in Italia, non esiste.

Sono uno dei responsabili capo dell’ufficio design da diversi anni, seguo designer di altissimo livello e fama internazionale, forse i più famosi al mondo: eppure, nonostante in molti casi sia in sostanza io a sviluppare nel vero senso del termine il progetto nella sua interezza (dallo schizzo iniziale, al prototipo, alla messa in produzione), non c’è la minima riconoscenza economica e a livello umano.

In sostanza l’azienda, essendo padronale, remunera e riconosce il lavoro soltanto dei vertici familiari… e non il lavoro di chi effettivamente manda avanti l’azienda.

Attualmente sono in contatto sia con un HeadHunter che con un giovane architetto inglese che ha appena messo su una startup.

Data la sua intraprendenza penso che tra non molto tempo si inizierà a sentir parlare di lui, per lo meno nel giro. Pensate che questo architetto vorrebbe assumermi a tempo indeterminato (fulltime job contract) e pagarmi più del doppio di quello che prendo in questa azienda dove sono ora, perchè ha visto quelle che sono le mie skills e le mie competenze.

Tuttavia in modo molto umano e trasparente ha detto che teme di non potermi dare la garanzia della stabilità di cui ho bisogno: essendo agli albori ed essendo uno studio (non un’azienda), teme di essere troppo soggetto alle fluttuazioni di mercato ed a quelle economiche.

Sono laureato specialista in design del prodotto e ho un master: i miei lavori son stati adottati in macchinari ospedalieri, e parte del mio lavoro pubblicato su giornali specializzati all’estero.

In Italia onestamente non vedo futuro, soprattutto in una visione a medio-lungo termine: in questo momento sono in conflitto se accettare o meno la proposta del giovane architetto inglese o aspettarmi altro”.

MARCO

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