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Pensionare i Baroni? Non è la soluzione…

Il Ministro Carrozza a “Giovani Talenti” ha chiesto ai professori universitari “over 70” di andare in pensione. Siete d’accordo? E nel caso, per combattere le baronie, perché non abbassare il limite a 65 anni?” Così recitava la discussione di dicembre di “Giovani Talenti”, successiva all’intervista che l’ex-Ministro dell’Università aveva rilasciato alla nostra trasmissione. A questa risponde Gennaro, professore associato presso una importante università di Milano. Gennaro propone una soluzione diversa, rispetto al semplice pensionamento. E la argomenta in modo molto interessante:

In merito alla discussione di dicembre, mi sembra che avallare uno scontro generazionale – cosa in voga nelle nostre università – non solo sia inutile ma anche controproducente.

Di baroni giovani ce ne sono pochi solo perché non ci sono spazi sufficienti: i giovani baroni sono generati da potentati familiari, potentati politici, potentati anche culturali: dove un pensiero non ammette voci dissidenti, ecc.. Quindi, a mio avviso, l’invito del Ministro è sbagliato: in una società (e in una istituzione) servono sia i giovani sia i vecchi, per usare delle categorie stereotipate ma efficaci. Ognuno ha delle specificità con cui poter contribuire al bene comune. Ognuno deve trovare il proprio ruolo e il proprio compito. O questo compito gli deve essere assegnato da chi queste strutture governa.

Un docente “anziano”, con esperienze e conoscenze maturate durante una vita, è una risorsa incredibile quanto quella di un “giovane talento” nel quale la nostra società, e le famiglie che ci sono alle spalle, hanno investito molto non solo in termini di denaro. E’ anche banale richiamare quelle strutture sociali (ma anche societarie) in cui le cose funzionano proprio in questo modo.

Serve quindi immaginare delle forme di “ingresso” e di “uscita” non semplicistiche e ancor meno conflittuali.

Serve, di conseguenza, saper fare delle scelte corrette a monte, basate sul merito e su una corrispondenza con la mission di cui ogni istituto dovrebbe dotato.

Servono delle verifiche in itinere del lavoro svolto da ognuno: che sia di ricerca, insegnamento, gestione, ecc., poco importa. Le vocazioni sono diverse come i talenti. Conosco colleghi che sono degli straordinari pedagoghi, ma sono scarsamente inclini alla ricerca, soprattutto quella in ambito europeo; altri con un incredibile talento per le ricerche sul campo, altri ancora per le grandi cordate interdisciplinari e internazionali; ecc..

Per questo serve anche una sapiente e intelligente regia da parte dei vertici (rettore, direttori di dipartimento, presidi), di chi amministrando e governando le nostre università si renda conto dei talenti di ciascuno e li sappia valorizzare nel bene della collettività.

Insomma, la proposta mi appare abbastanza populista. Un modo per distogliere l’attenzione da quelli che sono i veri problemi del sistema universitario, problemi che non si affrontano e neppure si risolvono con una formula-slogan: la complessità della struttura impone un pensiero più sottile e raffinato, dove servono indicazioni di comportamenti, metodi, obiettivi per cui “una ricetta” non potrà funzionare  mai”.

GENNARO

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