Radio24 | Il Sole 24 ORE

“Il Talento all’estero emerge. In Italia no”

Analisi spietata delle arretratezze italiane, nella lettera che il nostro ascoltatore Alberto ci invia dalla Russia. Un “globetrotter” davvero eccezionale, Alberto, come ci racconta lui stesso: il quadro che emerge dell’Italia è quello di un Paese ormai fuori dai giri che contano. Un Paese dove il talento non emerge, perché viene soffocato dalle “cordate”. Un Paese dove non si decide quasi più nulla: le strategie vengono stabilite altrove. Un Paese dove la parola “futuro” è scomparsa dall’orizzonte.

Missiva per gli ascoltatori dallo stomaco forte. Ma da leggere. Fino all’ultima riga. Enjoy!

“A fine novembre ho compiuto i fatidici quarant’anni! Quindi non mi ritengo piu’ un giovane talento in fuga. Anzi… non mi ritengo neanche un talento!

Mi sono laureato in Ingegneria Aerospaziale a Milano a fine 1997 e sono andato a lavorare a Roma nel reparto marketing di una delle principali aziende americane di largo consumo. Mi sono fatto un paio di anni abbondanti di gavetta, imparando i fondamentali del marketing operativo e i processi aziendali.

Poi sono stato spostato a Ginevra, sempre per la stessa azienda, nel quartier generale europeo, dove mi sono occupato prima di un prodotto per il Sud Europa e successivamente di un lancio nel nord Europa – e contemporaneamente ho rafforzato il background di marketing operativo con una forte componente di marketing più strategico.

Il primo passaggio all’estero, dato che non avevo alcuna precedente esperienza, e’ stato estremamente formativo. Per la prima volta ho avuto l’occasione di guardare il mio paese dall’esterno e di capire come, tutta una serie di logiche che davo per scontate, non lo fossero nel resto d’Europa (!). E’ stato abbastanza sconvolgente, non sempre piacevole rendersi conto della realta’ del proprio Paese.

Dopo quasi sette anni sono passato in consulenza, e sono rientrato a Milano per lavorare per una delle piu’ importanti (se non la piu’ importante) societa’ americane di consulenza strategica: ho fatto una serie di progetti in Italia, andando al di la’ del puro marketing, poi ho avuto l’occasione di fare un progetto importante in Egitto, nel corso del 2007. In quella occasione mi sono reso conto di quanto il Medio Oriente stesse gia’ inziando a gravitare abbondantemente attorno a Dubai. E nel 2008, agli albori della crisi globale, mi sono trasferito nell’ufficio di Dubai per un anno.

Il passaggio a Dubai e’ stato per molti versi simile al primo trasferimento in Svizzera: per la prima volta mi sono reso conto che un sacco di cose che diamo per scontate in Europa, non lo sono in grandissima parte del resto del mondo. Sto parlando di elementi fondamentali della nostra civilta’, come la democrazia, la classe media, la libera stampa ,che sono motori fondamentali di un settore dell’economia (le medie aziende, cioe’ quelle non a conduzione familiare ma non ancora grossi conglomerati, MNC o aziende statali ) che stentano a creare massa critica in tutte quelle regioni dove gli elementi di civilta’ sopracitati non esistono.

Poi sono rientrato in Europa, facendo base a Milano, ma girando un po’ per tutta Europa. Quando mi sono reso conto di aver completato un altro ciclo, cioe’ dopo sei anni che ero in consulenza, ho deciso di ritornare in azienda: sono stato assunto da un’azienda Canadese come responsable marketing, sviluppo rete e strategia per Europa Ovest, Medio Oriente e Africa. In meno di due anni l’azienda ha deciso di spostarmi, su una delle posizioni piu’ importanti del mercato Internazionale (tutto quello che non e’ Nord America), cioe’ allo sviluppo della Russia. E tra qualche mese, appena il mio russo mi permettera’ di essere abbastanza autonomo, mi spostero’ a San Pietroburgo per un numero di anni non definito, almeno due/tre ma probabilmente cinque

Poi… chissa’… forse di nuovo la Svizzera. Molto probabilmente un’altro paese emergente, come Cina o Brasile. Oppure la casa madre in Canada o negli USA.

Sinceramente e’ difficile prevedere adesso quali saranno i mercati in crescita tra tre-cinque anni… e magari non ce ne sara’ nessuno per quest’azienda.

La cosa non mi preoccupa molto: dopo aver fatto tanti lavori diversi, aver lavorato in tanti paesi diversi, parlando tre lingue (tra tre anni spero che il mio russo sia buono… quindi quattro…) penso che un lavoro lo trovero’. Come ho sentito recentemente dire “se uno sa fare 50 lavori, difficilmente rimarra’ disoccupato”.

Un paio di considerazioni riguardo il tema della fuga dei talenti:

Quest’anno vado a pareggio. Nel senso, da quando mi sono laureato, ho lavorato tanti anni all’estero tanti quanti ne ho lavorati in Italia. E ho avuto molte piu’ soddisfazioni all’estero che in Italia. Mentre io sono sempre lo stesso. Allo stesso modo all’estero ho trovato molti ragazzi italiani validi. Ma ne ho trovati altrettanti in Italia, che (caparbiamente) hanno deciso di rimanere. Senza però ottenere gli stessi risultati di quelli che sono andati all’estero.

La mia sensazione però e’ che questo tema della fuga dei talenti sia un falso problema: non c’e’ alcuna fuga di talenti. C’e’ si’ una fuga, ma di gente simile a quella che rimane in Italia. Solo che all’estero, se sei un talento, riesci ad emergere. In Italia no.

E credo che i piani per far rientrare i talenti dall’estero si riveleranno un fallimento, perche’ quando i talenti rientrano nelle logiche italiane, il loro talento rischia di svanire – come successo per i loro pari che sono rimasti in Italia, il cui talento non e’ mai sbocciato.

Una serie di ragioni per cui non ho intenzione di rientrare in Italia:

la prima e’ legata al tessuto industriale. In Italia non ci sono centri molti decisionali, mentre in Svizzera ho lavorato per due aziende diverse in due HQ per l’Europa (e oltre) nessuna multinazionale mette in Italia un HQ Europeo. Quindi si finisce per lavorare per una parte dell’azienda che fa solo implementazione di strategie decise altrove. Per chi vuole fare un lavoro dove si decide qualcosa di importante, lo deve fare fuori dall’Italia. Le uniche aziende che hanno un centro decisionale importante in Italia sono quelle puramente Italiane, che sono prevalentemente a gestione padronale (nulla di male, ma dopo 15 anni in aziende di stampo nord americano, penso che farei fatica a lavorare in una azienda di proprieta’ familiare), oppure le aziende sufficientemente grandi (con fatturati da svariati miliardi di euro) da poter decidere quasi tutto nel Paese. A parte non avere particolare esperienza in nessuno di questi settori, sono industrie fortemente “regolamentate” e molte di queste “politicizzate” o dove i posti decisionali sono coperti non da quarantenni.

Oggi lavoro in un’azienda che ha deciso di fidarsi di me: l’azienda e’ canadese e il paese in questione e’ la Russia. Ma a capo del Paese non ci hanno messo ne’ un Canadese ne’ un Russo. Ma un Italiano, che tra l’altro e’ da soli due anni in azienda. Che la scelta sia giusta o sbagliata e’ irrilevante. Il fatto e’ che nelle aziende non Italiane, quello che prevale nelle scelte di business sono logiche di business, non di “cordata”. Che io sia bravo o meno sara’ il tempo a dimostrarlo. Quello che e’ certo e’ che qualcuno mi ha dato l’opportunita’ di poterlo provare, senza che conoscessi qualcuno o fossi simpatico a qualcun’altro.

un’altra ragione e’ che ci sono molti posti in giro per il mondo dove le opportunita’ per le persone capaci fioriscono in continuazione. Se uno ha voglia di prendersi dei rischi, Dubai come Singapore (due citta’ dove sono transitato recentemente e ho visto amici) offrono enormi possibilita’ a chi ha voglia e parla anche solo l’inglese. Sono poli dove il sistema fatto dalle aziende e dal Paese offrono molte piu’ possibilita’ di quelle che si possono trovare in Italia. E non parlo di posti perfetti. A Dubai ci sono un miliardo di cose che non funzionano. Pero’ c’e’ spirito ed energia. Ho alcuni amici in Cina che mi raccontano di cose simili. E a San Francisco la stessa cosa. La competizione per i talenti e’ globale: perche’ tornare in Italia, e rinunciare a tutte queste possibilita’?

-terza e ultima ragione: non capisco perche’ dovrei tornare in un posto dove il mio lavoro viene tassato del 50% e non ho dei servizi decenti. A parte la sanita’ pubblica, dove mi sembra che negli ultimi decenni siano stati fatti dei passi notevoli, almeno nelle regioni dove ho avuto esperienza di prima persona, il resto del Paese non funziona per niente. Ne risentiamo anche all’estero! Per fare il passaporto, dove avevo solo tre pagine libere dato che viaggio molto, a meta’ dicembre mi hanno fissato l’appuntamento per rifarlo ai primi di Marzo. E nessuno del consolato di Ginevra mi ha mai risposto al telefono per chiarirmi se c’erano altre soluzioni per rifarlo con urgenza. Ho dovuto chiamare il ministero degli Esteri e farmi spiegare che dovevo rientrare in Italia. Ho perso un giorno di lavoro per fare richiesta e un altro giorno per ritirarlo. Capisco la “spending review”, ma neanche rispondere al telefono per dare un informazione mi e’ sembrato davvero aver passato il limite!

Cordiali saluti,

ALBERTO

Commenta per primo

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.