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All’estero – con il “sistema Italia”. E’ possibile.

Straordinaria, davvero straordinaria la storia del nostro ascoltatore Alessio, che abbiamo tenuto nel “freezer” per un po’ troppi mesi, causa pausa estiva. Oggi ve la proponiamo: con questa spinta iniziamo la nuova stagione del blog.

Mostrando una “terza via”: andare all’estero sì, per apprendere, crescere e avere importanti responsabilità fin da giovani. Ma anche le nostre aziende devono aggredire i mercati, globalizzarsi e puntare sui giovani. L’azienda di Alessio ne è un esempio. Un esempio che entrare nel XXI° secolo, per il sistema-Italia, è possibile.

“Mi chiamo Alessio , ho 39 anni e da 4 anni emigrato in Brasile. Oggi sono amministratore della filiale brasiliana della prima software house italiana, nonché una delle principali software house a livello europeo.

Professionalmente sono cresciuto dentro il gruppo. Sono stati quasi 10 anni di “gavetta”, nei quali però ho avuto il piacere e la fortuna di potere apprendere e crescere.

Quando, con 20 anni di età, sono entrato, ero un addetto all’assistenza telefonica: giorno dopo giorno, quasi senza accorgermene, le responsabilità sono aumentate, e nel giro di poco tempo mi sono ritrovato ad essere responsabile prodotto di una soluzione gestionale che contava circa 12.000 clienti ed una rete di 300 rivenditori.

Ero entusiasta del mio lavoro: mi piaceva vedere evolvere il prodotto, gestire il team di persone dedicate alla soluzione ed incontrare clienti e rivenditori: insomma, pur con le difficoltà che ogni tipo di professione presenta, ero entusiasta del mio lavoro.  Sono stati anni fondamentali, perché è stato in questo periodo che ho imparato le “regole del gioco”: regole non scritte, che cambiano frequentemente e che possono essere apprese solo parlando con i colleghi che hanno più esperienza e confrontandoti tutti i giorni con il mercato.

Giorno dopo giorno però mi sono accorto che volevo qualcosa di più: volevo avere la possibilità di “fare la differenza”. In un grande gruppo ogni persona è importante, ma quasi nessuno indispensabile: il tuo lavoro si fonde con quello di altre centinaia di persone, ed è difficile misurare il contributo individuale. Non mi sono mancati i riconoscimenti, ma volevo mettermi alla prova con una sfida più grande.

Cosi l’azienda mi ha offerto la possibilità di lavorare con progetti su scala internazionale (India, e Romania) ed ho capito che la strada per potere crescere sarebbe passata per lo sviluppo dei mercati esteri.  Ho lavorato circa un anno, per presentare un progetto alla direzione finalizzato all’apertura di una filiale in Brasile ed è andata bene. Ho la fortuna di lavorare per una azienda nella quale le nuove idee possono arrivare alla Direzione senza filtri e senza preconcetti: nel giro di poco tempo ero su un aereo diretto in Brasile, con una valigia, un sogno ed una discreto fardello di responsabilità.

I primi tempi non sono stati semplici:  l’adattamento, la lingua, la cultura, sono aspetti che raramente vengono considerati nei business plan, ma incidono inevitabilmente in qualsiasi attività economica.  Anche se in Italia sei il numero 1, quando arrivi in un altro Paese devi costruire tutto da zero, con umiltà e pazienza. In questa fase di accumula la tensione, crescono le aspettative di risultati da un lato, e le difficoltà, ma occorre mantenere la calma ed essere perseveranti.  La svolta è arrivata con l’acquisizione di una azienda locale. Da circa un anno e mezzo abbiamo concluso l’acquisizione e l’azienda sta crescendo ad un tasso in doppia cifra.

Oggi, in Brasile, tento di applicare quello che ho appreso durante la mia “gavetta” in Italia: il mio lavoro è produrre “qualità” che ci consenta di creare un gap competitivo con la concorrenza:  sono amministratore delegato ed ho la responsabilità di sviluppare un mercato enorme, di dimensioni continentali. Oggi sento che posso fare la differenza.

Ho raccontato la mia storia, un po’ diversa rispetto a quella di altri giovani e che non hanno avuto la fortuna di avere “una azienda alle spalle” per potere espatriare perché credo che il sistema “Italia” abbia bisogno di iniziative  di questo tipo. Aziende che si aprono a nuovi mercati, per garantire  il proprio futuro.  Non mi riferisco ad aziende che creano holding all’estero per “convenienza fiscale” ma di aziende che esportano il “Made in Italy” per garantire crescita ed occupazione in Italia.

Per la mia “Italia” spero  che i “giovani talenti” che sono emigrati, possano, anche dall’estero, in qualche modo contribuire alla crescita del Paese. Spero che la politica (quella con la “P” maiuscola) faccia la sua parte, ascoltando chi ha vissuto in altri Paesi, perché per migliorare basterebbe copiare quello che già funziona in altre parti del mondo. Infine spero che le aziende facciano la loro parte, investendo in mercati esteri ed occupazione in Italia.

ALESSIO

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