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Un Geologo in Angola

Ci sono storie che spiegano -più di mille tomi teorici- perché il problema e la causa del nostro declino siamo noi stessi, o meglio – la nostra mentalità malata di “apparenza”. “Apparenza” che ha scalzato la “sostanza”, anche sul luogo di lavoro.

Per capire perché in Italia manchi il merito, perché la gestione delle risorse umane sia spesso inesistente, e quand’anche ufficialmente esista, sia in realtà una mezza farsa, basta ascoltare (o leggere) la storia di Luca Magini, geologo di 39 anni al lavoro in Angola.

Leggete e meditate. Luca ce ne parla questo pomeriggio.

“Mi presento: sono un geologo di 39 anni, ex-ufficiale dell’Arma dei Carabinieri…

Lavoravo per una delle società Italia più ambite, con uno stipendio considerato in Italia invidiabile e sicuro. Ma ho fatto la SCELTA, la scelta di andarmene lo stesso.

Mi diplomai a stento e non volevo abbandonare la mia Valtellina. I genitori mi spinsero a frequentare l’università e senza molta convinzione scelsi quello che pensavo fosse una facoltà facile. Finì per caso, in un collegio universitario storico di Pavia, dove la goliardia mi permise di fare amicizia con ragazzi di diverse parti di Italia, e -soprattutto- con studenti stranieri. Insomma mi aprii la mente a un nuovo mondo di concepire il mio futuro.

Fresco di laurea mi accorsi di essere bollato dalla società come un povero laureato con una laurea da disoccupato. Dopo una triste parentesi di lavori co.co.co e tirocinio, feci una scelta in controtendenza per quegli anni, assolvendo l’obbligo di leva come AUC. Beh, corso Ufficiale di Complemento (ho fatto il botto…), poi destinato al reparto Proiezioni Estere di Gorizia, dove nessuno voleva andare. Di lì,  la rafferma biennale e una missione di peacekeeping in Bosnia-Erzegovina, il primo assaggio anche se un po’ particolare,  di cosa voglia dire vivere e lavorare all’estero.

Di ritorno dalla Bosnia e in preparazione per la partenza Iraq, ebbi la fortuna inaspettata di essere assunto da una grande azienda italiana, selezionato per il cv particolare che avevo e non per la raccomandazione che “tenevo”.

Due anni di lavoro in Italia, poi finalmente contratto residente estero per quattro anni in Egitto. Una carriera rapida, per un sistema ingessato come quello italiano, e dopo 6 anni individuato come una delle migliori giovani risorse all’interno della società. Di fatto fui assegnato a un master interno di un anno, finalizzato allo sviluppo accelerato delle capacità tecnico-manageriali per i giovani talenti. Mi aspettavo un salto di carriera, come tutti ce lo aspettiamo se abbiamo un po’ di ambizione… non quella cattiva arrivista che ho visto fin troppo volte, ma quella sana che ci fa andare avanti e ci stimola in ambito lavorativo.

Purtroppo le mie illusioni s’infransero in un anno di sofferenza, vissuto all’interno di una società nella quale non mi riconoscevo, realizzando che la cosa più importante era l’apparenza e non la sostanza, il network di conoscenze e non la conoscenza del lavoro, la sudditanza al volere dei superiore più che il coraggio di far valere le proprie idee (sì perché, potevi esporle per essere considerate inutile, salvo poi vedere che altri le avrebbero fatte proprie e si sarebbero presi i meriti).

Ero demotivato e insoddisfatto a tal punto che accettai un mese di missione in Congo durante la pausa estiva. Al termine del Master, capii che solo alcuni già individuati a priori, avrebbero fatto carriera.

“Spintaneamente”accettai un contratto in Ghana (“ma dov’e’?, fammi andare a cercare su Google…”) per un progetto breve (poi non rivelatosi tale), nessuna delle promesse fatte col tempo si avverarono. Questo comportò uno scontro con un sistema geriatrico/gerarchiale della società, che mi spinse a cercare lavoro presso una società che non fosse italiana, nonostante avessi famiglia in Italia. Non fu una scelta facile, ma non potevo pensare alla mia vita lavorativa vissuta in modo così frustante.

Rimasi sorpreso della facilità con cui -digitando il nome della propria professione in Google- fosse facile trovare posizioni vacanti. Mi accorsi che fuori dall’Italia esisteva un altro mercato, con altre regole e fame di personale che sappia fare il proprio lavoro.

Fra le varie offerte, scelsi quella che meglio bilanciava la mia aspettative di lavoro con la vita famigliare.

Ed eccomi qui, dopo due anni, un montanaro ancora in Africa, ma questa volta in Angola, a lavorare per la più grossa società francese nel campo della ricerca petrolifera. Sono rispettato come persona, ma prima di tutto come tecnico, senza confronto salariale e work/balance rispetto al vecchio datore di lavoro italiano”.

Vi aspetto alle 13.30 (CET) sulle frequenze di Radio 24 – Stay tuned!

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