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Dall’Italia all’Afghanistan. Grazie all’UE.

Un’altra storia di rientro cercato e non corrisposto, quella che vi raccontiamo oggi a “Giovani Talenti”. Storia di Pietro Ienna, 34enne funzionario dell’Unione Europea in Afghanistan, dove si occupa di comunicazione. Studi di altissimo profilo nel cuore dell’Europa, carriera estremamente ampia e variegata a Bruxelles (passando dall’Africa), poi la decisione di tornare in Italia. Pronto a fare la sua parte, per consigliare il nostro Paese nell’utilizzo dei fondi europei. Risposta del sistema-Italia: “no, grazie”. E ancora ci meravigliamo per la situazione in cui ci troviamo?

Tutto questo accadeva pochi mesi fa, non secoli orsono.

Pietro si presenta così, agli ascoltatori di “Giovani Talenti”:

“Mi chiamo Pietro Ienna, ho 34 anni, sono originario di Palermo. Appartengo a quella generazione “Erasmus” che a 20 anni nel 2000 è andata a vivere, studiare e guadagnarsi il primo stipendio fuori dall’Italia. Nel mio caso a Gent, in Belgio.

Il ricordo più chiaro di quell’esperienza è stato l’incontro alla Facoltà di Scienze Politiche di Gent con un professore ordinario di 28 anni che io avevo scambiato -in buona fede- per un collega più anziano.

In Belgio, scoprii che la giovane età non era un ostacolo o un limite. L’equazione che si applicava alla “baronale” struttura universitaria italiana era invertita, così come la disponibilità e la reperibilità dei professori.

Dopo quei 9 mesi, l’esperienza Erasmus mi era rimasta così indelebilmente dentro, che nei due anni successivi al mio rientro a Palermo continuai a meditare sempre più concretamente ad una specializzazione all’estero, dopo la laurea.

Cosi nell’estate del 2003, fresco di laurea, mi recai nuovamente in Belgio, frequentando un Master in Studi Europei nel Centro di Eccellenza “Jean Monnet” dell’Universitá di Lovanio.

Esperienza che l’anno dopo completai con un Master in Studi Europei Avanzati e Interdisciplinari presso il Collegio d’Europa di Varsavia.

Nel 2005, con due titoli di Master in tasca e tanta speranza, mi trasferii a Bruxelles: dopo alcuni tirocini pagati al Parlamento Europeo e presso la fondazione del collegio d’Europa, ottenni nel 2007 un contratto a tempo indeterminato presso la testata “European Voice”, del gruppo  “The Economist”.

Questa tipologia di contratto era la norma per l’organizzazione in cui lavoravo. Ma per me, quasi 27enne, sembrava un punto di arrivo. Punto di arrivo che oggi per molti dei miei corregionali rappresenta un miraggio irraggiungibile.

Ben presto realizzai che anche un contratto a tempo indeterminato a volte costituisce un limite, più che un traguardo, per chi come me voleva ancora fare esperienza e non era pronto a fermarsi  in quel momento.

Cosi, neanche un anno dopo, venni selezionato per un contratto di 3 anni presso la Direzione-Generale Allargamento e Politica di Vicinato della Commissione Europea. Dopo 2 anni, venivo selezionato dal “roster” in cui mi trovavo per effetto di un concorso per personale a tempo determinato presso le Istituzioni UE.

Nel 2010, alla fine del mio contratto, ritornai a pensare in termini di soddisfazione professionale e di necessità di arricchire il mio CV: stavolta con un’esperienza sul campo. A mio avviso “conditio sine qua non” per chi vuole lavorare nel settore della Cooperazione internazionale.

L’opportunità si presentò nel gennaio 2011, quando partii come Volontario delle Nazioni Unite con la Missione di “peacekeeping” nella Repubblica Democratica del Congo. Dai grigi edifici della “torre d’avorio” brussellese, mi ritrovai nel Basso-Congo, sul delta dell’omonimo fiume, a occuparmi di violazioni dei diritti umani e di monitoraggio di progetti di assistenza umanitaria e di sviluppo. L’esperienza che forse più di altre ha dato senso al lavoro che facevo.

Poi quasi un anno e mezzo dopo, per motivi essenzialmente familiari e personali, cominciai a pensare di rientrare in Italia con un ottimismo che collideva con la disastrosa situazione umanitaria a cui assistevo tra i villaggi del Congo, ma che nutrivo fortemente.

Cosi, nel marzo 2012 rientravo in Italia, a Bologna, sperando di trovare un lavoro nel campo dei progetti UE, settore al quale guardavo ottimisticamente, in ragione dei tanti programmi comunitari di cui l’Italia beneficiava.

Purtroppo, il mio ottimismo da solo non bastò e nel successivo anno, alle centinaia di CV inviati non facevano altro che seguire le solite risposte in “burocratese”, di finta cortesia e in alcuni casi, persino di sperticata lode del mio “ottimo curriculum internazionale” seguite dal consiglio di rivolgermi ad organizzazioni estere.

Ma la goccia che fece traboccare il vaso, fu una velata promessa di assunzione da parte di un’amministrazione regionale a cui segui dopo molti mesi di attesa un secco “no”. Il posto era stato dato ad una risorsa interna già conosciuta da tempo in quegli uffici.

Nel febbraio 2013, la mia idea di trovare lavoro in Italia venne messa da parte definitivamente, il mio nome veniva ripescato da un altro “roster” UE e il mio profilo selezionato per la Delegazione dell’Unione Europea in Afghanistan.

Ora, da circa 6 mesi a questa parte sono Responsabile per la Comunicazione, i Media e la visibilità dei progetti UE, a Kabul.

Difficilmente tornerò in Italia ma posso dire di averci provato”.

Vi aspetto alle 13.30 (CET) sulle frequenze di Radio 24 – Stay tuned!

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