Radio24 | Il Sole 24 ORE

“Sono espatriato? Decidetelo voi…”

“Essere o non essere… espatriato?” La storia che ci racconta il nostro ascoltatore Simone è realmente interessante e originale, sia per il coraggio che l’ha contraddistinta, con salti nel vuoto di cui pochi sarebbero capaci, sia per la filosofia che la caratterizza.

A me piace sottolineare un punto fondamentale: l’importanza del capitale umano e dell’investimento in capitale umano, che Simone sottolinea. Accanto a questo, Simone ci spiega come occorra scrollarsi di dosso molti tratti tipici di “italianità” (quelli negativi, che bloccano la creatività), e occorra oggi più che mai ragionare in un’ottica globale, di circolazione e attrazione dei talenti.

Un’unica domanda, a Simone: perché una società in Svizzera, e non in Italia?

Lettera da far leggere in ogni caso a scuola, davvero…

“Buongiorno, mi chiamo Simone,  ho 37 anni e sono “Europeo”.

Ecco la mia storia:

Laurea in Ingegneria Aerospaziale nel 2002, con un progetto Erasmus in Portogallo, presso il dipartimento di Scienze Aerospaziali. Rientrato in Italia mi ritrovo professori che, dopo avermi inviato in Portogallo, mi chiedono perché sono andato fin là, potevo rimanere a Milano a fare la tesi e mi propongono di integrarla con prove pratiche. Inizia un incubo, mi ritrovo a dover allestire delle prove di volo senza la strumentazione necessaria e senza un supporto adeguato da parte del mio relatore. Dopo qualche mese riesco a concludere e mi laureo, ma non voglio più aver a che fare con quel mondo.

Poco prima di laurearmi trovo lavoro come tecnico strutturista presso una piccola impresa locale: divento responsabile tecnico, dopo circa un anno. Successivamente ricopro il ruolo di responsabile di produzione pressa una seconda azienda. Non è il mio mondo, troppo “provinciale”, ma sto per sposarmi e forse non è il momento di cambiare lavoro.

Invece il destino ha altri progetti: la filiale svizzera di una multinazionale tedesca riceve un mio vecchio curriculum ed è interessata ad incontrarmi. Quasi per sola curiosità mi presento al colloquio, e rimango affascinato, quello che diventerà il mio capo mi disse: “…qui si parlano quotidianamente 5 lingue…”, capisco che è in quella multiculturalità di idee e progetti in cui voglio crescere. Accetto il posto, anche se mi costa 160Km al giorno di auto. Anche qui, però, ritrovo certi vizietti, come la protezione ad ogni costo della carica ricoperta, la troppa politica aziendale che non permette di portare a termine i progetti importanti e lo scarso interesse a far crescere il personale oltre un certo livello. Così, dopo due richieste di trasferimento bocciate (una a Chicago ed una in Germania) capisco che ho raggiunto il ceiling in questa azienda, ma so che posso fare di più.

Nel 2009, con una figlia in arrivo e tra lo sconcerto generale, abbandono il posto fisso, la buona posizione aziendale e l’ottimo stipendio per mettermi in proprio. Oggi, dopo 5 anni, la mia azienda coopera con partner provenienti da tutto il mondo, dalla Cina al Nord America. L’approccio al lavoro utilizzato è completamente nuovo, non esiste il cartellino e tutto viene fatto tramite accessi in remoto, conference call, document sharing… Non facciamo parte delle aziende dei nostri clienti, ma sviluppiamo il loro mercato operando come se fossimo in ufficio da loro (anche quando ci sono 8 ore di fuso di differenza), a costi competitivi e conoscendo il nostro territorio.

Le nostre professionalità sono molto riconosciute all’estero, ma ho dovuto e continuo ad investire molto su me stesso e sui miei collaboratori, questa è la chiave per essere sempre un passo avanti ed offrire un prodotto differente ai propri clienti.

E’ fondamentale capire che questo processo non è a senso unico: noi impariamo moltissimo da questo continuo contatto con Paesi diversi e possiamo crescere solo grazie a questo scambio, non basta essere bravi se non si vive in un ambiente stimolante. Per questo motivo ritengo che sia sbagliato parlare di brain drain, i nostri giovani devono andare all’estero per un periodo di tempo più o meno lungo al fine di arricchirsi culturalmente. Contemporaneamente, il nostro Paese deve chiedersi come mai i giovani talenti stranieri non vengono in Italia o i nostri non rientrano? (“brain gain”).

Tornando alla domanda iniziale “Sono espatriato?”: Tecnicamente no, vivo in Italia, la mia società è in Svizzera, ho pochi contatti con aziende italiane, viaggio spessissimo in Europa e nel resto del mondo, e si, nel mio ufficio si parlano ancora 5 lingue”.

SIMONE

Condividi questo post