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Flessibilità (quella vera…)

Vi ricordate Andrea Cremese? Di lui parlammo poco più di un anno fa, quando raccontammo la sua storia di ingegnere negli Usa. Qualche settimana fa Andrea è tornato a scriverci, per raccontarci il seguito.

Lettera da leggere… per scoprire come un Paese rigido, incapace di vedere il talento dietro alla dicitura esatta del titolo di studio, un Paese che ragiona per ordini, gerarchie e caste, semplicemente non ha ragion d’essere.

La lettera di Andrea:

“Ciao Sergio,

dopo un lungo periodo di hiatus stavo sentendo il tuo programma questa mattina e mi sembra di ricordare che, durante la puntata, abbiamo toccato il tema di flessibilità e di possibilità offerte in mercati esteri. Volevo solo scriverti due righe in quanto, dopo un anno di studio e di lavoro serio, qui negli USA sono riuscito a cambiare professione, abbastanza radicalmente. Ho lasciato i grattacieli ed ora sono un software developer, una professione che mi appaga molto di più. Lavoro per una ditta di consulenza sempre qui a Manhattan.

Da notare che, dopo un periodo di stage (comunque pagato), ho potuto fare questo passo senza dover accettare una riduzione di salario o di “status”. Non c’è stata uno stigma associato a me, anche perché riposizionare la propria carriera qui è abbastanza normale, a molti livelli.

Negli Stati Uniti c’e’ il concetto di “transferrable skills”, che sinceramente non so nemmeno come tradurre in Italiano – che permettono di non rimanere legati a corda doppia alla propria professione per sempre. Sarebbe bello avere la stessa cosa anche in Italia.

A corollario, comunque: questa è una peculiarità degli USA… devo dire, in UK o a Hong Kong sarebbe stato piu difficile.

Best and thanks,”

ANDREA

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