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C’è meritocrazia nella nostra università?

Lettera davvero amara, quella che ci invia la nostra ascoltatrice Elena, una vita spesa in un mondo -quello accademico- dove la selezione è troppo spesso affidata al caso…

Meritocrazia, questa sconosciuta (leggete le considerazioni finali della lettera, al proposito):

“Il mio nome è Elena, sono nata a Roma nel 1962. Mi iscrissi all’università a 31 anni, presso la facoltà di “Economia e Commercio” dell’Università “La Sapienza”. Ero una studentessa-lavoratrice come assistente domiciliare ai disabili: mi sono laureata con 110 e lode nel settore dell’economia matematica, ed ho conseguito il titolo di Dottore di Ricerca.

Nell’anno accademico 2008/09, mentre preparavo la tesi di dottorato, ho ottenuto l’incarico di svolgere un corso di recupero di Microeconomia presso “La Sapienza” di Roma. Nonostante il successo di questo corso e la dedizione dimostrata in questa mia prima esperienza di insegnamento, il mio relatore, che mi seguiva nella stesura di tre articoli per le pubblicazioni (su argomenti consigliati dal medesimo), tentava di dissuadermi dal perseguire l’obiettivo della carriera accademica con il pretesto della mancanza di fondi.

Avendo compreso un chiaro disinteresse per l’argomento al quale stavo lavorando, gli feci presente la mia disponibilità a cambiare argomento di studio, se ciò fosse stato necessario, ottenendo come risposta un chiaro invito a desistere dall’obiettivo di ottenere un assegno di ricerca o un posto da ricercatore, in quanto la mia età, 47 anni, era considerata proibitiva in tale ambito. Nei concorsi pubblici sono stati aboliti i limiti di età e nei bandi per l’assegnazione degli assegni di ricerca non viene menzionata una età massima, ma io sono stata discriminata per l’età, nonostante le università siano piene di ricercatori e docenti ben più anziani.

Dal 2009 al 2013 ho ottenuto incarichi come docente a contratto presso l’Università della Tuscia di Viterbo per Teoria del Commercio Internazionale, Politica Economica, Economia Politica, ottenendo la stima e l’approvazione dei docenti che mi hanno conosciuta e, soprattutto, degli studenti.

Nei primi anni ho ottenuto tre contratti contemporaneamente, ma nel 2013, nonostante l’apertura di due nuove facoltà nel mio dipartimento, è stato abolito l’insegnamento di Teoria del Commercio, nonostante il successo ottenuto presso gli studenti e l’ottima valutazione da parte di questi ultimi, mentre per l’anno accademico 2013/14 non mi è stato assegnato nulla.

Le motivazioni? Mancanza di fondi e di pubblicazioni: le stesse pubblicazioni che nessuno mi ha dato l’opportunità di fare, ma che possiede nel curriculum chi ha ottenuto il contratto al mio posto. Nonostante il compenso sia diminuito notevolmente, i concorrenti sono aumentati, in quanto le docenze a contratto costituiscono un trampolino di lancio per aspirare ad un ruolo stabile, poiché l’assegnazione di tali incarichi conferisce prestigio al curriculum. Ero idonea quando avevo poca esperienza, ora che la mia formazione è migliore, non lo sono più.

Se avessi avuto il cognome di qualcuno o fossi legata in qualche modo a qualche dinastia, a quest’ora avrei pubblicato qualcosa, o avrei avuto un incarico stabile? Dal 1993 al 2013 sono passati venti anni, anni buttati al vento, perché nella mia vita non è cambiato assolutamente niente: continuo a lavorare come assistente ai disabili, ambito nel quale la laurea, il dottorato di ricerca e l’esperienza della docenza, non servono a nulla”.

ELENA

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