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Cooperazione Internazionale in Iraq

Arriva dall’Iraq la storia di Elena Vuolo, 35enne Reports Specialist per l’Unicef a Erbil. Una carriera vissuta nei Paesi più difficili, per lei, con un solo grande rimpianto: non aver potuto cambiare le cose in Italia…

Elena ci racconta tutto in questa lunga autopresentazione agli ascoltatori di “Giovani Talenti”, che potranno sentire la sua storia in onda oggi alle 13.30 (CET):

“Mi chiamo Elena Vuolo, ho 35 anni, sono originaria di Nocera Inferiore, provincia di Salerno.

A  poco piu’ di 19 anni ottengo una borsa di studio per l’Universita’ Luigi Bocconi a Milano, ed entro a far parte del CLAPI, il primo corso di laurea in Italia su management  delle  organizzazioni internazionali. La Bocconi rappresenta il punto di partenza: da li vado in Austria, Canada e Norvegia per programmi di scambio.

Il confronto con i miei coetanei all’estero mi porta a capire che gli studi  in cooperazione e management non sono abbastanza, ma devono essere accompagnati dall’esperienza di lavoro “at the field level”: a 22 anni i tuoi colleghi europei ed americani hanno gia’  lavorato nelle missioni diplomatiche con contratti brevi, mentre noi in Italia  abbiamo solo la formazione accademica e nessuna (o poca)  esperienza di lavoro in ambito internazonale.

Decido cosi’ di chiudere il gap tra studi ed esperienza di lavoro, cominciando dalla tesi di laurea: contattando di mia iniziativa la Banca Mondiale in DC ed il Politecnico di Madrid, preparo la mia tesi in Perù su IT4Development; il giorno dopo la laurea sono in Spagna, dove -a 24 anni- divento project manager per il dipartimento di cooperazione internazionale del Politecnico a Madrid.

Quando lavori in cooperazione e vedi come le tue azioni possano cambiare e migliorare la vita delle persone che combattono per i loro diritti essenziali, vuoi di piu’ da te stessa per dare di piu’: lascio la Spagna al termine del mio primo anno di contratto e, grazie ad una borsa di studio del Rotary di Milano, mi trasferisco a Washington DC per due anni, dove completo il Master in “Global Health and International Policy”.

I Masters in Global Health negli Stati Uniti sono considerati un prestigioso percorso di studi: sono gli anni in cui il Governo americano stanzia fondi per mandare i miei colleghi in Africa, Asia  e Sud America per lavorare con USAID, Department of State,  CDC attraverso meccanismi come fellowships e Young Professional Programme. In quanto cittadina europea non posso accedervi, ma mi dico: “se lo fanno negli Stati Uniti, perché non farlo anche in Italia? Perche’ non tornare e provare a stabilire programmi di studio che siano legati a partnerships con organizzazioni internazionali che lavorano in global health”?

Il mio rientro in Italia e’ frustrante: lavoro per poco piu’ di 1200 euro al mese in universita’, preparando moduli per Masters che promettono di insegnare cosa sia la cooperazione internazionale, senza neppure offrire opportunità di internship agli studenti. Le esperienze di lavoro e studio fatte negli Stati Uniti, ed  il modello di partneship tra universita’ ed organizzazioni internaizonali, sono lontani: a 27 anni sento di non appartenere al mio Paese. In piu’ c’e’ in Italia una strana logica nel sistema accademico e nel mondo del lavoro: se lavori in cooperazione sei considerato come uno studente/professionista di serie B, uno di quelli che non ce l’ha fatta ad entrare a lavorare in Borsa a Milano, e si e’ ‘riciclato’ nella cooperazione attraverso NGOs e/o altre oganizzazioni internazionali…

E cosi’ mi rimetto in gioco: a 28 anni inizio a lavorare come JPO (Junior Professional Officer) per la OMS – Cairo prima e Afghanistan dopo. un Paese che rispetto, a cui ho dato gli ultimi 4 anni della mia vita personale e professionale, lavorando per la OMS e per UNDP. Da poco piu di 4 mesi sono in Iraq, dove lavoro in donor relationships per UNICEF.

In tutti questi anni ho conosciuto tanti italiani all’estero che hanno vissuto simili esperienze e simili difficolta’  in Italia. Non mi piace parlare di fuga di cervelli. Siamo italiani che lavorano in contesti e sistemi che seguono logiche di meritocrazia ed opportunita’ che il nostro Paese semplicemente non offre, vuoi per miopia delle istituzioni, vuoi per debolezza delle medesime: e’ per me un onore servire le Nazioni Unite, ma quando ti confronti con i colleghi europei, per esempio, capisci quanto  poco l’Italia investa in programmi strategici, come il JPO per esempio,  per assicurare la rappresentazione del Paese in organizzazioni internazionali”.

Vuolo

Vi aspetto alle 13.30 (CET) sulle frequenze di Radio 24 – Stay tuned!

 

 

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