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“Io in Italia ci avevo provato…”

Pubblichiamo oggi un’altra delle lettere che i nostri ascoltatori inviano al premier Matteo Renzi, e che riceviamo -come si direbbe nel gergo telematico- in CC.

Oggi la storia, purtroppo irta di difficoltà, di Sara, che in Italia ha provato ad aprire una sua impresa editoriale. Questo il suo racconto, che per ragioni di brevità abbiamo dovuto accorciare:

Sono una donna di 35 anni, laureata in filosofia, vivo in affitto, con un conto corrente al limite del ridicolo.
Da 7 anni sono impiegata nel settore commerciale di una ditta: imputo ordini, predispongo fatturazioni e spedizioni, gestisco la corrispondenza di clienti da tre continenti…
Dalla laurea ad oggi ho sempre collaborato con giornali, riviste e case editrici, un hobby a cui mi sono dedicata con e per passione.

Per rispondere a un sogno, giusto un anno fa, ho aperto la mia attività editoriale.
Un sogno che era ed è anche un bisogno di realizzarsi e realizzare qualcosa in linea con le mie attitudini, le mie velleità, le mie ambizioni.
Ma anche una scelta fatta per rispondere a una crisi economica, ma pure socio-culturale, che attanaglia questo Paese da molto tempo ormai.
L’ho fatto per me, sì, ma anche per l’Italia stessa, anche se ho sempre pensato che non se lo meritasse.
Mai come oggi ne ho avuto la riprova.

Dopo 12 mesi passati a lavorare con dedizione, pervicacia e dovizia, oggi ho saputo che il regime cosiddetto “dei forfettini”, al quale appartenevo, è stato abolito, in nome di un regime altro nel quale comunque l’editoria non rientra.

Ora mi ritrovo a scrivere questa mail con l’addome accartocciato, chiedendomi perché, ancora una volta, si scelga di tagliare le gambe a quell’Italia minuscola, costituita da spiriti creativi e pure temerari, che ha scelto di lottare, di resistere anziché andarsene o rinunciare.

Quando ho aperto la mia impresa individuale, ho steso un piano triennale di sviluppo: 36 mesi per decidere se stare sul mercato come Edizioni o desistere.

36 mesi per costruire un’impresa che nei suoi figurati sviluppi avrebbe potuto portare benefici non solo alla sottoscritta, ma anche all’erario pubblico.
L’impresa è mia, ma i benefici saranno collettivi, statali e sociali.

36 mesi.

Oggi scopro che non ho più questo tempo. Mi è stato rubato.

[…]

Come è possibile rinunciare a stare dalla parte di chi vuole rischiare e provare a far germogliare qualcosa in questo deserto economico incalzante?
E non uso a caso una metafora agricola: la fatica di dissodare, arare, rivoltare ogni singola zolla di terra è ciò che caratterizza la vita dei contadini-artigiani come me che, piccoli, silenziosi, testardi, popolano questo Paese.

Sono una di loro. Ma forse dovrò iniziare ad usare l’IMPERFETTO e dichiarare che ERO una di loro.
In questo non vi è giustizia. E dove non c’è giustizia, non vi è neppure dignità.

SARA

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