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Non è sempre facile… ma andare all’estero è un’opportunità

Andata, ritorno… e perchè no?, ancora andata. Da leggere fino in fondo la storia della nostra ascoltatrice Giulia, che sfata -a mio parere- alcuni luoghi comuni non sempre così veri. Lei lo fa in modo intelligente e pragmatico. Al di là della storia, una serie di interessanti riflessioni su cui meditare.

La lettera di Giulia:

“Buongiorno,

vi scrivo per raccontare la mia storia di “rientrata in patria” con il desiderio ora di andare nuovamente all’estero!

Ho 33 anni ed un’esperienza lavorativa maturata nei settori del turismo, organizzazione di fiere ed eventi culturali.

Dal 2007 al 2010 ho vissuto in Inghilterra, a Leamington Spa, una piccola cittadina vicino a Coventry (perché non tutti si fermano a Londra…). Mi sono trasferita perchè avevo ricevuto un’offerta di lavoro da un’azienda inglese dove avevo svolto uno stage sei mesi prima. In Italia mi barcamenavo tra un lavoro e l’altro, ma si trattava di contratti a tempo determinato o a progetto. In Inghilterra ho quindi lavorato per due anni come event coordinator per fiere di ingegneria in miniatura, ruolo che ho poi lasciato per conseguire un Master in European Cultural Policy and Managememt presso l’University of Warwick.

Rispetto alle storie che solitamente raccontate in trasmissione, vorrei aggiungere una riflessione sul fatto che si tende a pensare che all’estero sia tutto facile: si trova lavoro in un batter d’occhio, si è ben pagati, un po’ come se fosse tutto molto glamour, se si andasse all’estero a fare la bella vita. 

In realtà vivere da “straniero” ha le sue difficoltà. Chi lavora all’estero all’interno delle università o in grandi aziende multinazionali si trova avvantaggiato dal fatto di essere in un contesto di per sé internazionale. Diversa è la situazione dello straniero che lavora nella piccola azienda dove sono tutti inglesi. L’Inghilterra infatti è sicuramente una società più multiculturale della nostra, abituata da più tempo a gestire una popolazione eterogenea, ma questo non significa necessariamente più tollerante o con meno diseguaglianze sociali. Un conto è avere una legislazione che non discrimina, ed un altro è poi quello che invece pensano le persone quando sono nel privato del loro salotto di casa.   

Dopo il Master non è per nulla stato facile trovare lavoro in Inghilterra in forma stabile (almeno con un contratto della durata di un anno). Ho tuttavia avuto esperienze importanti in ambito marketing culturale presso Warwick Arts Center e City of Birmingham Symphony Orchestra. Questa ricerca di lavoro è durata un anno e mezzo, fino a quando ho ricevuto una proposta da una società di Milano che si occupava di organizzare visite guidate ed eventi culturali. Non avevo nello specifico il desiderio di tornare in Italia: semplicemente la mia ricerca di lavoro era ampia, non avevo escluso nulla. 

Sono quindi tornata in Italia semplicemente perché è accaduto che quella fosse la prima offerta di lavoro “valida” che ricevevo dopo un lungo periodo di ricerca. Per quattro anni ho quindi lavorato come event manager, organizzando visite guidate per italiani e stranieri ed eventi a contenuto culturale per aziende. Sono stata preferita ad altri candidati per questo ruolo, proprio grazie alla mia esperienza in Inghilterra nel settore culturale: la visione aziendale dei titolari era quella di promuovere la cultura italiana ispirandosi alle modalità di promozione tipiche dei musei inglesi, specialmente per quanto riguarda i modi di comunicare la cultura. 

Le problematiche dei musei italiani sono ben note, ed io ero perfettamente consapevole con non mi sarei assolutamente trovata a mio agio nel contesto “rigido” ed un po’ “ammuffito” dei nostri musei… Ho quindi accettato quel lavoro perchè sapevo che tra me e i titolari c’era sintonia nella visione di come promuovere la cultura. 

A dicembre 2014 la società ha chiuso per problemi finanziari. Da giugno ho un nuovo lavoro (con contratto di 5 mesi per sostituzione maternità): mi occupo di comunicazione per una società che fornisce servizi didattici presso alcuni dei musei di Milano.

Sono fortunata ad avere un lavoro, ma non mi ritengo certo soddisfatta: ho un contratto con un livello impiegatizio inferiore al precedente (ho quindi anche un secondo lavoro nel fine settimana) e svolgo mansioni di livello più basso (tra cui anche attività di call center per biglietteria gruppi). 

Purtroppo il settore culturale è piuttosto “problematico” per quanto riguarda il mercato del lavoro, sia in Italia che all’estero. Per il momento continuo a cercare lavoro qui, ma coltivo il desiderio di tornare all’estero, in Inghilterra (dove rientro ogni anno per vacanza, e per coltivare i rapporti professionali creatisi a suo tempo) o in un altro Paese. Cerco un lavoro che sia appagante, la collocazione geografica non è poi per me così importante. Al di là del perdurare della crisi economica o del fatto, non certamente piacevole, di aver perso il lavoro, Il mio ideale è comunque una carriera che alterni esperienze professionali in Italia e all’estero.

Non condivido l’atteggiamento secondo cui andare all’estero per lavoro sia una disgrazia, questo è il modo di pensare della mamma che vuole il figlio vicino a casa. Per me è un’opportunità: lavorare all’estero è una sfida con se stessi, un’esperienza che apre la mente. E poi non ci si può fermare ai confini della pianura padana: vedere il mondo è una delle cose belle della vita!”

GIULIA

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