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“Basta  con ‘ste lamentazioni!”: Lettera Aperta circa il dibattito dei “talenti in fuga”

Lettera di grande attualità e molto controcorrente, quella che ci invia il nostro ascoltatore Michele, prendendo spunto dal tema del mese sulla “fuga dei talenti”. Lettera che evoca, probabilmente, anche il recente botta e risposta tra la ricercatrice italiana in Olanda e il Ministro Giannini, sulla “nazionalità” di certi successi nel campo della scienza.

E voi che ne pensate? Scriveteci, a: giovanitalenti@radio24.it

La lettera di Michele:

“Cari amici,

A volte vivo l’imbarazzo, a volte semplicemente una profonda tristezza. Tutto il dibattito che in queste giornate si è andato a rinfocolare circa i nostri italici “cervelli”… no questa volta li chiamiamo “talenti”, in fuga è sintomatica di una Nazione che non ha fatto e non sta facendo i conti con il mondo e con se stessa.

Va bene, lo ammetto, scrivo da un particolare pulpito, quello di chi è tornato: sette anni all’estero, Polonia, Stati Uniti, Regno Unito; poi il ritorno nel 2012, finito il dottorato, per un incarico in università, incarico con l’orizzonte di qualche mese, prima, diventato di qualche anno; lo stesso anno l’impegno come consulente aziendale e poi come socio di una giovane impresa nel campo della stampa tipografica; dal 2014, l’incarico come sindaco di una comunità nel territorio UNESCO del Piemonte. Tra quindici giorni avrò 33 anni: non mi sento giovane, generalmente mi altero a sentirmi chiamato tale, e credo sinceramente che nel nostro Paese il problema non sia trovare qualcosa da fare ma avere la forza, la voglia, di sapere che non è facile, che nulla è scontato, che non ci sono garanzie eppure bisogna andar.

Tutto il dibattito che tanto ci infiamma oggi, non è altro che l’ennesima riscaldata d’una minestra vecchia decenni: potrei iniziare con i bastimenti e le famose cento lire che la mamma non voleva dare. Negli anni del boom economico, non si parlava di Italia, ma di Mezzogiorno, e ci si domandava quale sarebbe stato l’impatto che la fuga dei giovani verso le fabbriche del Nord e del mondo avrebbe portato alle terre del Sud. Anche allora ci si lamentava perché i giovani se ne andavano, perché non c’erano opportunità “a casa”, perché “poveri loro e poveri noi”. Due generazioni dopo, continuiamo a lamentarci dello stesso fenomeno, dello stesso processo. I giovani d’allora si comportano come i loro padri, e i loro figli come loro alla loro età: ci si lamenta che si deve partire, ci si lamenta perché si è partiti, ci si lamenta perché si deciso di restare, ci si lamenta perché non si è deciso nulla.

Asciughiamoci i lacrimoni e cerchiamo di essere seri per un momento, ragionando schiettamente.

Abbiamo alle spalle circa sessant’anni di politiche comunitarie e parliamo tutti i giorni di globalizzazione. Bene, in questo contesto di libertà di movimento è un bene che italiani si muovano, esplorino il mondo e le sue possibilità. Son entusiasta che ci siano italiani che stanno scalando e avendo successo all’estero. Sono esempi di persone che hanno voluto perseguire un disegno di vita e di lavoro, hanno avuto la voglia di mettersi in gioco, di investire i propri talenti e che ora ottengono giusti risultati. Se questo progetto di vita li porta lontano da casa, beh, questo è parte del gioco come lo è la nostalgia.

Esulto per i loro successi, ma non credo un granché maturo e responsabile, da parte di alcuno di essi pontificare sulla realtà italiana: se uno ha voglia e piacere di migliorare il Paese e le sue possibilità, il piagnisteo dell’esule immerito non serve a nulla. Quello di cui abbiamo un disperato bisogno sono collaborazioni trans-frontaliere, investimenti esteri, impegno diretto: Poche parole, ma concretezza.

Altrettanto misero è il pianto dell’Italia che guarda i suoi figli spersi nell’altrove del mondo. Non è sensato soprattutto perché è conoscenza diffusa il fatto che aprire un’impresa qui da noi sia  difficile per la mole di burocrazia richiesta e per il peso economico-fiscale, che abbiamo una pubblica amministrazione troppo rigida e un mondo del lavoro sempre meno dinamico, che abbiamo un comparto scuola e ricerca che non si capisce a quale effettivo bisogno debba rispondere. Oggettivamente sulle difficoltà di impresa, lavoro, educazione e ricerca se ne parla che c’era ancora l’IGE ma quanto si è riusciti a fare per migliorare la situazione? Se la risposta è “poco” ora i padri e nonni di oggi che ieri erano i giovani d’allora mi rispondano perché e senza voler ascrivere colpe e assoluzioni, da domani impegniamoci di più e con più buon senso.

Guardando al presente, quindi, finiamo l’imbarazzante lamentio di figli e genitori circa la difficoltà del momento. La nostra terra è sempre stata bassa e pesante, sempre. Nulla ci è mai stato regalato. Ogni passo è sempre stato fatica ed esito di sofferenza: ieri; oggi. Ogni passo avanti che sappiamo individualmente fare, però, è importantissimo, non solo per le nostre vite individuali perché è un dono che facciamo anche a chi ci è vicino, alle nostre comunità, al nostro Paese. Impegnarsi qui, oggi vuol dire portare avanti i nostri paesi, cercare di farli vivere, dando così un occasione in più alle nostre comunità per prosperare, per avere un futuro. Questo è il valore del nostro lavoro ed il vero senso che c’è nell’affrontare la precarietà oppure nel vedersi rivestire posizioni e ruoli minori, più umili rispetto a quello che ci siamo sognati avremmo occupato. Questo è il valore di ciò che stiamo facendo, il valore che ci dimentichiamo, forse perché nessuno ce lo ricorda. Conoscendolo però perché dovremmo sentirci tristi ed in qualche misura defraudati per quello che stiamo vivendo? Per quello che stiamo facendo?

Credo che ognuno di noi voglia essere protagonista della propria vita e se la strada che siamo chiamati a camminare è quella del lavoro duro forse ingrato, allora sappiamo che abbiamo il dovere civile di percorrerla impegnandoci perché chi verrà dopo di noi trovi un terreno più lieve. Se i nostri passi calcano roccia e questo ci impone di cercare nuovi orizzonti per le nostre vite, ci muoveremo altrove sempre con lo stesso spirito, sempre con la stessa determinazione e responsabilità verso gli altri.

Quello che mi rattrista di più del dibattito del presente è notare come le lamentele celino rassegnazione: un inevitabile introversione che ha portato tanti, troppi cittadini a pensarsi come soggetti passivi nel Sistema e non più suoi attori e forgiatore. Ancora più triste è poi pensare che nel lamentarci per le perdite o ciò che non abbiamo mai avuto ci lamentiamo anche del fatto che persone da altre parti del mondo arrivino e siano arrivate nel nostro Paese cercando opportunità e volendo impegnarsi qui per trovarne. Mentre sventoliamo un fazzoletto bianco verso il figlio che è partito non ci accorgiamo che quelle tante donne e tanti uomini venuti dall’altrove nelle nostre città portano anche loro con sé in dote capacità, intelligenze e creatività che possono contribuire alla nostra Italia. E così, nel piagnucolare, finiamo semplicemente per sentirci più soli e circondati, quando potremmo finalmente fare un passo avanti e sentirci tutti più cosmopoliti, al centro del mondo e suoi protagonisti.

È ora di girare questa lacrimosa pagina ed andare avanti, un po’ tutti asciugandoci le lacrime e rimboccandoci le maniche, scoprendo per un momento il piacere di sorridere al mondo ed alla vita”.

MICHELE

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