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Soluzioni contro la Fuga dei Cervelli

Un duro j’accuse contro il sistema alla base dell’università italiana, quello che ci manda il nostro ascoltatore Guido, lui stesso ricercatore. Guido non solo denuncia perchè il sistema della ricerca nella Penisola sia strutturato male, ma propone anche soluzioni precise.

Davvero una lettera da leggere tutta d’un fiato. Fino in fondo:

“Gentile redazione,

lavoro nella ricerca da più di tredici anni, era il marzo 2002 quando vinsi un dottorato con borsa all’Università di Cagliari, di questi 7 li ho trascorsi in Germania, Università di Lipsia. Attualmente ho un assegno di ricerca presso l’Università di Sassari.

L’idea che si ha dell’Università italiana dopo molti anni all’estero (aggiungo soggiorni di ricerca a Berkeley e Sydney) è quella di una realtà ferma agli anni immediatamente precedenti la globalizzazione, ossia agli anni ’70. Ciò è dovuto sicuramente all’età media degli ordinari (quelli che contano, per intenderci) molti dei quali non hanno neanche il dottorato di ricerca (introdotto in Italia nel 1980). Una università vetero-gentiliana, senza un vero interesse alla moderna ricerca e ai moderni approcci interdisciplinari e internazionali. Con le dovute eccezioni, si intende, in Italia ci sono assolute eccellenze ma a macchia di leopardo, macchie che verso sud diventano progressivamente più rade.

Manca una vera e propria gestione delle risorse umane, risorse altamente qualificate ma degradate sistematicamente a ruolo scomodo di precario, spesso commiserate, ma mai realmente apprezzate e valorizzate. Manca una strategia finalizzata ad una loro lenta ma progressiva integrazione, strategia che, se progettata a lungo tempo, potrebbe anche ovviare alla riduzione di fondi e dotazioni finanziare.

Mi spiego, se ho un buon ricercatore a tempo determinato, una cosa è progettare il suo percorso integrativo anche tenendo conto di quei periodi senza contratto, una cosa è considerarlo “scaduto” al termine del contratto. Al di là della data scritta sul contratto stipulato tra lui e l’università c’è un valore che non andrebbe perso.

Anche perché, il singolo si adatta e al limite se ne va, l’istituzione si dovrebbe invece preoccupare di chi assume e di chi perde. Ecco, nell’università italiana non si ragiona nei termini del valore legato alle competenze del giovane studioso, ma neanche a quello connesso al rapporto stesso che c’è tra studioso e ateneo. La fine di un rapporto di lavoro andrebbe forse vissuto come un fallimento di entrambe le parti, e non solo come la sconfitta di uno dei due.

La soluzione sarebbe a mio avviso quello di legare maggiormente i giovani studiosi alle università di appartenenza, favorendo al contempo la flessibilità (che in questo momento è altissima in Italia) e dando vita ad un sistema di integrazione che tenga conto delle esigenze di bilancio e dell’impossibilità di tenere alti i costi come nei decenni scorsi. Ma risparmiare non vuol dire necessariamente ostracizzare i giovani studiosi, privarli di tutele lavorative e sicurezze esistenziali.

Infatti a me ancora sfugge il nesso logico tra contenimento della spesa e sospensione del diritto e sfruttamento tutto a scapito, per giunta, del medesimo gruppo generazionale“,

GUIDO

 

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